Riflettevo anzi non serve, basta guardarsi attorno: tg, mainstreams, social, relazioni, ovunque…
Quanta cattiveria…!
Riflettevo questa volta:Ma perché siamo cattivi?
Charles Baudelaire affermava: “Non c’è scusa nell’essere cattivi” … e quindi?
Tra l’altro l’essere umanosi è evoluto da un punto di vista biologico, psicologico e cognitivo, per ottenere sempre il massimo risultato con il minimo dispendio di risorse, e in natura e nei comportamenti umani, ha sempre agito secondo il principio del minimo sforzo, il principio del risparmio energetico: per cui perché allora essere cattivi?
Una qualsiasi azione implica un dispendio di energie, fisiche o mentali, e viene valutata inconsciamente o consciamente per garantire che l’energia investita non superi il valore della ricompensa ottenuta, cioè è giustificata solo dall’ottenimento di un beneficio pari o superiore allo sforzo investito: per cui perché allora essere cattivi?
Almeno questo affermano le leggi fisiche, logiche e naturali però come, abbiamo modo anche di sperimentare personalmente, non è così, ci sono sempre state persone, e a mio parere c’è ne sono sempre di più: che evidentemente prova godimento a praticare cattiveria anche gratuita …
Ma partiamo dalla definizione: che cosa significa cattiveria?
Il termine indica due elementi distinti: il primo è l’essere cattivi come tratto del carattere, l’indole maligna, la malvagità di una persona, un suo stato d’animo, una abitudine mentale, l’inclinazione o la volontà consapevole di fare del male agli altri, di chi agisce con malizia, rancore o spietatezza.
L’altro componente è l’azione, il comportamento concreto ostile – che rispecchia il carattere dell’autore che lo esegue – un atto meschino e offensivo commesso nei confronti del prossimo, compiuto per recare dispiacere o danno.Questo può essere anche la singola azione spregevole, spiacevole o dannosa, come pure la frase pungente detta apposta per ferire qualcuno.
Per comprendere ancora meglio il significato di cattiveria partiamo dalla sua origine ed etimologia.
La parola cattiveria deriva dal latino “captivus” (prigioniero, schiavo da cui curiosamente deriva anche il saluto ciao).
“Captivus” o “captus” è il participio passato del verbo “capere” che significa: prendere, catturare, afferrare, l’uomo “catturato” è il prigioniero di guerra in stato di schiavitù privato della sua condizione di uomo libero.
Il significato muta nel medioevo quando acquisisce il carattere di “malvagio” e indica una persona abbandonata da dio nel “captivus diaboli“, ovvero prigioniero del diavolo, persona “prigioniera del male“, ossia di tutto ciò che è “non buono”, e dunque la cattiveria diventa: “l’innata disposizione a far del male, a recar danno al prossimo nelle sue cose o nelle sue aspirazioni”, in tutti i suoi sinonimi: malvagità, malignità, perfidia, crudeltà, meschinità.
La cattiveria non è un’emozione di base cioè non fa’ parte dei sei o sette stati d’animo innati e universali, uguali in ogni cultura umana come: gioia paura, tristezza, rabbia, disgusto, sorpresa, disprezzo.
La cattiveria non è neppure un sentimento di base, ma un comportamento, un’azione o una modalità con cui ci si relaziona agli altri, un atteggiamento guidato da emozioni profonde, dietro di essa, infatti, si possono nascondere molte emozioni negative, come la rabbia originata da un’ingiustizia subita, e come anche frustrazione e paura.
Spesso nasce come risposta al dolore dovuto ad una ferita non curata, come pure da un senso di inferiorità o da una grande infelicità interiore.
È spesso legata a sentimenti negativi come: l’invidia, l’ignoranza o il bisogno di rivalsa.
La cattiveria non è una diagnosi medica, non è un costrutto scientifico, ma si riconosce attraverso comportamenti nocivi, manipolatori e privi di rispetto verso gli altri.
La psicopatologia riconosce il “disturbo antisociale di personalità“, chi ne è affetto sente la necessità di mettere in atto comportamenti lesivi e distruttivi (includendo la distruzione di oggetti fisici) verso il prossimo, il fare del male agli altri, umani o animali che siano, ed è l’unica modalità che l’individuo conosce per affermare se stesso.
In psicologia, la cosiddetta “cattiveria” cronica o distruttiva viene spesso vista come un deficit profondo dell’empatia, riconducibile a tratti di personalità complessi o disturbi del comportamento.
Per approfondire la diagnosi psichiatrica, il testo di riferimento è il DSM-V: il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, Quinta Edizione e relativi aggiornamenti.
Esaminiamo in maniera dettagliata quali sono le caratteristiche principali comuni – i comportamenti che mirano a ferire o controllare gli altri – i segnali tipici e ricorrenti per riconoscere una persona negativa, malintenzionata, cattiva o tossica.
1) Mancanza di empatia.Ignorare o sminuire i sentimenti, il dolore, come anche la gioia e le difficoltà altrui.L’incapacità o il rifiuto totale di mettersi nei panni degli altri e di comprendere il dolore altrui.
2) Comportamento manipolatorio, inganno, strumentalizzazione e controllo.Gli altri non sono visti come persone con sentimenti, ma come oggetti o strumenti per ottenere vantaggi o potere personale.Raggirare gli altri, anche attraverso bugie, distorcendo la realtà per ottenere vantaggi personali.
3) Invidia, giudizio e gelosia. Provano risentimento, fastidio per il successo o la felicità altrui, cercando di rovinarla e/o sminuirla criticando continuamente e trovando difetti in tutto e in tutti.
4) Disprezzo e freddezza emotiva.Reazioni fredde come anche compiacimento di fronte alle difficoltà o alle sofferenze altrui
5) Attaccare o giudicare. Osservazioni cattive o svalutanti, critiche costanti, non per aiutare, ma per umiliare e per fare sentire l’altro inferiore.
6) Comportamento passivo-aggressivo. Mostrare ostilità nascosta, subdola, con frecciatine, silenzi punitivi, sarcasmo pungente o sabotaggi silenziosi.
7) Godere delle disgrazie. Provano soddisfazione quando agli altri va male.
8) Narcisismo e grandiosità. Senso esagerato della propria importanza, unito alla convinzione di avere il diritto di calpestare le regole e gli altri.
9) Egoismo ed egocentrismo. Credono di essere superiori agli altri e pensano solo ai propri interessi.
10) Assenza di senso di colpa.Mancanza totale di rimorso.Chi agisce con malvagità sistematica non prova rimorso dopo aver ferito o danneggiato qualcuno.
11) Assenza totale di scuse.Non scusarsi mai o non provare dispiacere per il male causato.Non sentono dispiacere se feriscono qualcuno e quando fanno del male.Incapacità di ammettere i propri errori, per loro è impossibile dire “ho sbagliato” a causa della loro insicurezza.
12) Colpevolizzazione e Rovesciamento della colpa. Invertono le situazioni per fare sentire in colpa la vittima.Fanno sentire te in difetto anche quando hanno torto loro.
13) Usano le tue debolezze.Colpiscono nei tuoi punti vulnerabili per farti del male.
14) Mentono spesso.Modificano la realtà per avere sempre ragione.
15) Fanno le vittime.Si dipingono sempre come i veri danneggiati della situazione.
E ritengo possano bastare ma, quali le cause, i motivi, se ci sono della cattiveria?
Gli studi hanno stabilito che non esiste una causa unica per la cattiveria e i comportamenti crudeli ma, questi nascono da una interazione, un mix di elementi, di fattori:
- generici/biologici,
- psicologici,
- sociali/ambientali,
che insieme concorrono nel determinare il comportamento di un individuo, che spingono una persona a fare del male agli altri, in stretta relazione anche del livello di cattiveria o di crudeltà.
Cerchiamo di prenderli in esame singolarmente.
1) Fattori Biologici e Predisposizione genetica.
Alcuni studi indicano che variazioni di specifici geni (come il gene MAO-A) possono aumentare il rischio di comportamenti antisociali se associati a contesti difficili.
Caratteristiche genetiche legate al metabolismo di neurotrasmettitori cerebrali, alterazioni nei circuiti cerebrali legati all’empatia e alla gestione degli impulsi riducono la capacità di comprendere la sofferenza altrui, per cui possono predisporre allo sviluppo di comportamenti e di atti antisociali e criminali.
Anche livelli alterati di ormoni (testosterone) in fase prenatale possono influenzare lo sviluppo delle aree del cervello dedicate all’empatia.
Già Sigmund Freud pur non disponendo delle attuali conoscenze della genetica molecolare, sottolineava il peso dei fattori costituzionali alla base di alcuni disturbi emotivi.
2) Fattori Psicologici ed Emotivi.
Ovviamente è quasi scontato che i traumi infantili: subire abusi, violenze o gravi negligenze nei primi anni di vita ostacola lo sviluppo dell’altruismo e favorisce l’egoismo.
Ma anche l’atipica forma di attaccamento, un legame insicuro o freddo con i genitori durante l’infanzia rende più difficile la costruzione di relazioni sane.
La paura costante del giudizio o del pericolo spinge alcune persone ad assumere posizioni di difesa paranoica, ad attaccare per prime o a disumanizzare gli altri.
3) Fattori Sociali e Ambientali
Questa motivazione legata ai modelli disfunzionali, è quella studiata per prima e forse la più approfondita e sviscerata.
In soggetti particolarmente predisposti, oggi sappiamo che la probabilità di avere una condotta cattiva e/o crudele, è legata direttamente all’ambiente culturale e affettivo nel quale la persona è cresciuta ed è stata allevata o ad alcuni ideali del gruppo di riferimento che ha scelto di abbracciare.
Crescere in famiglie o contesti sociali che normalizzano la violenza o l’egoismo porta a imitare quegli stessi comportamenti.
La cattiveria non dipende solo dalle già citate componenti genetiche e dal vissuto della persona, incidono e possono influenzare il suo comportamento anche situazioni estreme o pressioni sociali, il contesto e le dinamiche di gruppo, in cui il soggetto può trovarsi.
L’influenza potrà essere tanto più forte, quanto più vulnerabile sarà la personalità del soggetto; fino a spingere “persone normali” a compiere atti crudeli (come descritto negli studi di psicologia sociale sulla desensibilizzazione).
Tutti questi comportamenti si manifestano come reazione, per vendetta o difesa, di chi è stato ferito, e per ferita mi riferisco anche a traumi precoci, o a situazioni più recenti, e può bastare anche un dispetto o un’azione cattiva.
Come anche un modo distorto di reagire al disagio, per attirare attenzione o sentirsi forti quando ci in realtà ci si sente deboli.
Sono stati d’animo e convinzioni che si radicano nel tempo, e in presenza di specifici trigger possono provocare dei comportamenti che mirano al fare del male al mondo e agli altri.
4) Consistente è anche l’influenza di fattori esterni.
Ci sono situazioni sia patologiche come la schizofrenia o comunque borderline in cui stress, depressione, alcolismo, deficit dello sviluppo psichico nell’età infantile possono compromettere notevolmente la capacità empatica.
Recenti ricerche affermano che non basta parlare di cattiveria per spiegare il perché le persone si comportano male con gli altri, ma di “malattia“: una forma di scarsa capacità di empatia, questo almeno secondo Simon Baron-Cohen, psicologo inglese famoso per i suoi studi sull’autismo e sulle differenze tra i generi, che lo afferma il nel suo libro: “Zero Degrees of Emphaty. A New Theory of Human Cruelty”, da poco uscito nel Regno Unito.
Quindi “malati di cattiveria“!
Baron-Cohen cerca di spiegare la crudeltà affidandosi alla scienza invece che alla morale o alla religione, e per rintracciarne le cause parla di malattia invece che di male.
E se la cattiveria fosse in qualche modo scritta nei geni, e pertanto essere una patologia?
Per Baron-Cohen, in un certo senso sì: tutto dipende dall’empatia, dalla capacità di immedesimarsi in un’altra persona e capirne i sentimenti.
Il nostro cervello è come “cablato” per l’empatia, tuttavia ci sono delle forti differenze individuali e la comprensione dell’altro non è frutto solo di sforzo intellettuale, ma dell’attività di precise aree cerebrali che ci rendono più o meno sensibili e attenti verso gli altri.
Baron-Cohen estende il suo discorso parlando sia di Shoà che delle piccole angherie quotidiane, e classifica che la capacità di immedesimarsi negli altri può esprimersi in sei gradi, dal livello massimo, che denota forte intuitività e comprensione degli altri, fino all’inverso al grado zero, in cui la capacità empatica umana è pressoché assente.
La maggior parte delle persone si trova più o meno a metà, e se tutti possono avere dei cali temporanei di empatia, ci sono anche individui poco empatici a causa di una precisa conformazione dei loro circuiti neurali, e dove non arriva la genetica, sicuramente può farlo la storia individuale.
Baron-Cohen parla addirittura di modificazioni cerebrali e aree del cervello che si sviluppano in maniera deficitaria proprio in seguito a situazioni critiche dell’infanzia oppure a determinati fattori ambientali e/o sociali.
A mio modesto parere il discorso è estremamente delicato, perché è difficile mettere in relazione le sia pur pesanti cattiverie che dobbiamo sopportare, con quelle crudeltà della storia passata e più recente, dittatori sanguinari, serial killer, delinquenti assassini, maniaci omicidi, ecc. sia pure in 6 gradi o livelli di cattiveria.
In pratica non si può con determinismo matematico attribuire tutto a geni e processi neurali, perché finiremmo per giustificare ed equipare sia le scorrettezze quotidiane sia la crudeltà.
Questo è anche il parere di psichiatri, psicologi e filosofi che comunque rispettano e apprezzano soprattutto la ricerca sulla empatia, questa capacità umana di cui, soprattutto ultimamente, si parla in positivo, come attitudine prosociale, che favorisce le relazioni umane, la cura, la condivisione della sofferenza altrui, senza comunque necessariamente innalzarla a, sola e unica, risorsa in grado da salvare tutto il cattivo del mondo contemporaneo.
Resta necessario comunque non darla per scontata, per automatica, o trascurarla del tutto, come accade, nell’educazione, invece dovrebbe essere coltivata, sviluppata e gestita attivamente, magari educando all’empatia partendo anche dalla scuola a tutti i livelli.
Diversamente un pezzetto alla volta possiamo arrivare se non al grado zero di empatia, quanto meno a una pericolosa indifferenza verso gli altri, a non accorgersi e non tener conto della presenza degli altri, perché il male ha anche una dimensione impercettibile, subliminale che spesso lasciamo scorrere tranquillamente, per abitudine o assuefazione.
Ad esempio, senza arrivare alle grandi malvagità e crudeltà, quando si valutano le piccole angherie quotidiane quasi come scontate, quando restiamo indifferenti di fronte a comportamenti aggressivi o eticamente scorretti e che provocano danni a qualcun’altro, ecco che questi piccoli cedimenti, progressivamente, hanno il potere di ridurre la nostra empatia.
Ma cerchiamo di capire a fondo cos’è l’EMPATIA?
L’empatia (detta anche identificazione o immedesimazione) è un tipo di competenza sociale, è un’abilità che permette di vedere il mondo dal punto di vista altrui, ovvero la capacità di immedesimarsi in un’altra persona e di capirne i sentimenti e le eventuali sofferenze.
È la capacità di “mettersi nei panni” di un’altra persona, riconoscendo, percependo e condividendo le sue emozioni e i suoi pensieri, senza perdere la propria identità.
L’empatia è l’intenzione di sentire il mondo interno dell’altro “come se” fosse proprio, cercando di sperimentare oggettivamente e razionalmente ciò che prova un altro individuo, mantenendo la distinzione tra sé e l’altro.
Le componenti principaliL’empatia si divide in due componente fondamentali:
- cognitiva: capire con la mente cosa pensa o prova l’altra persona.
- affettiva: sentire in modo risonante le emozioni dell’altro, mantenendo però un confine chiaro tra il proprio io e quello altrui.
A cosa serve:
- Migliora i rapporti: favorisce la connessione profonda con amici, familiari e colleghi.
- Aiuta gli altri: spinge verso comportamenti altruistici e di supporto.
- Evita i giudizi: permette di accogliere il vissuto altrui senza risolverlo o criticarlo in modo superficiale.
L’empatia è legata alla attività di particolari aree cerebrali ma, può essere coltivata, sviluppata o lasciata azzerare da fattori esterni.
Sia la psicologia che le neuroscienze sono concordi nel valutare che il ruolo svolto dalla empatia è uno dei fattori principale nei comportamenti della persona.
Pertanto da una parte dobbiamo migliorare la nostra empatia, dall’altro dobbiamo comunque difenderci, riconoscere e gestire le persone cattive o nocive.
Perché è innegabile che a questo mondo esista il bene, così come è innegabile che esista il male!
La differenza è che il male viene spesso commesso senza sforzo alcuno, e si diffonde a macchia d’olio, mentre per fare del bene occorrono cuore, arte, fatica, e sempre più spesso, apparentemente, non viene neppure notato.
Volevo concludere con le saggie, seppure semplici, parole di Alda Merini:
“La cattiveria è degli sciocchi, di quelli che non hanno ancora capito che non vivremo in eterno”.
Buona riflessione.Roberto Kudlicka
Dott. Roberto Kudlicka
