IL MILLENARISMO NON MUORE MAI, SPECIE SE IN SALSA “GREEN”

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C’è una convinzione che accompagna l’uomo probabilmente da quando ha cominciato a interrogare il cielo: quella di avere avuto la singolare ventura — o sventura — di vivere proprio negli ultimi giorni del mondo.

Guerre, pestilenze, terremoti, eruzioni vulcaniche, eclissi, comete e insolite congiunzioni planetarie sono state, nei secoli, altrettante prove che qualcosa di definitivo fosse ormai alle porte.

Cambiano le epoche, cambiano le religioni, cambiano persino le catastrofi temute; ciò che sembra non cambiare mai è l’uomo.

È quello che, con qualche inevitabile approssimazione, possiamo chiamare millenarismo: l’attesa di una frattura imminente della storia, spesso accompagnata dalla convinzione che fenomeni straordinari osservabili nel cielo o sulla Terra ne costituiscano i segni premonitori.

Già alcune comunità del cristianesimo delle origini vivevano nell’attesa della Parusia, il ritorno di Cristo. Nel II secolo i montanisti attendevano l’imminente manifestarsi della Gerusalemme celeste. Nel Medioevo le speculazioni di Gioacchino da Fiore sulla successione delle età della storia alimentarono il gioachimismo e influenzarono correnti degli Spirituali francescani; epidemie, carestie, guerre e fenomeni naturali continuarono intanto a essere letti come possibili annunci degli ultimi tempi.

Persino la celeberrima “paura dell’anno Mille”, per quanto enormemente ingigantita dalla storiografia successiva, testimonia quanto sia potente nell’immaginario occidentale l’idea di una generazione convinta di trovarsi sulla soglia della fine.

E quando cielo e Terra sembravano parlare contemporaneamente, la paura diventava ancora più potente.

Nel 1524 una particolare concentrazione di pianeti, molti dei quali nel segno dei Pesci, alimentò in Europa previsioni astrologiche di un nuovo diluvio. Il diluvio non arrivò.

Dieci anni dopo gli anabattisti di Münster videro invece nella città tedesca la Nuova Gerusalemme e tentarono di anticipare sulla Terra l’avvento del nuovo regno.

Nell’Ottocento il fenomeno entrò nell’età della comunicazione di massa. Il predicatore americano William Miller calcolò dalle Scritture che il ritorno di Cristo sarebbe avvenuto fra il 1843 e il 1844. Migliaia di seguaci gli credettero. Il mondo continuò tranquillamente a girare e il mancato avvento passò alla storia come il Grande Disappunto.

Nemmeno il Novecento, il secolo della scienza e della tecnologia, riuscì a liberarsi dall’antichissima tentazione.

Nel 1910, quando la Terra attraversò la coda della cometa di Halley, si diffuse il timore che i gas della cometa potessero avvelenare l’atmosfera terrestre. Nel 1997 il caso estremo e tragico di Heaven’s Gate legò la cometa Hale-Bopp a una credenza salvifica extraterrestre.

Poi arrivarono Nostradamus e il 1999, le paure apocalittiche sovrapposte al reale problema informatico del Millennium Bug del 2000, le predizioni di Harold Camping per il 2011 e, infine, il grande appuntamento del 21 dicembre 2012.

Quest’ultimo costituisce forse il precedente più vicino a ciò che vediamo riemergere periodicamente sui social. La conclusione di un ciclo del calendario maya venne trasformata — senza che i Maya avessero mai annunciato alcuna fine del mondo — in un gigantesco contenitore nel quale finirono Nibiru, inversione dei poli magnetici, tempeste solari, terremoti, eruzioni vulcaniche e allineamenti planetari.

Il 22 dicembre il Sole sorse regolarmente.

Eppure eccoci qui, nuovamente sospinti verso l’ansia dell’Apocalisse.

Oggi, tuttavia, al millenarismo religioso e alle paure ancestrali si è aggiunto qualcosa che merita almeno di essere interrogato: un gigantesco sistema economico, politico e comunicativo sviluppatosi intorno alla transizione energetica e alle energie rinnovabili.

Ciò non significa, naturalmente, che il cambiamento climatico sia stato “inventato” da qualche lobby. Significa piuttosto domandarsi quanto il legittimo allarme scientifico, la comunicazione catastrofistica e gli enormi interessi economici sorti attorno alla riconversione energetica finiscano talvolta per alimentarsi reciprocamente.

Perché anche la paura, quando diventa fenomeno di massa, produce consenso, orienta scelte politiche e muove, inevitabilmente, enormi interessi economici.

Nel 2026 basta aprire un social network per ritrovare molti degli ingredienti di sempre, rivestiti però del linguaggio della nostra epoca: vulcani, terremoti lungo la Cintura di Fuoco del Pacifico, bradisismo dei Campi Flegrei, caldo nel Mediterraneo, attività solare, macchie solari, allineamenti planetari ed eclissi.

Fenomeni reali, alcuni certamente degni della massima attenzione scientifica, vengono accostati gli uni agli altri fino a costruire l’immagine di una Terra che starebbe dando simultaneamente tutti i segnali di un’imminente trasformazione epocale.

Ed è precisamente qui che la storia può esserci più utile della profezia.

Perché l’errore sarebbe duplice.

Da una parte quello millenaristico di considerare automaticamente ogni coincidenza un rapporto di causa ed effetto e ogni fenomeno eccezionale un annuncio della catastrofe.

Dall’altra, però, esiste l’errore opposto: rifiutarsi di interrogare i fenomeni soltanto perché qualcuno ne ricava conclusioni stravaganti.

Che il mondo non stia per finire non significa infatti che il mondo non stia cambiando. Né, per chi come me è credente, significa sostenere che esso sia eterno: credo anch’io che la storia dell’uomo e del mondo abbia un termine.

Ma non necessariamente ora. E certamente non perché un algoritmo dei social ci mostra, uno dopo l’altro, terremoti, vulcani, eclissi e temperature record.

La domanda interessante, dunque, non è se il mondo finirà domani, ma che cosa stia realmente accadendo alla Terra e quanto siamo ancora capaci di distinguere i fenomeni reali dalle paure che l’uomo proietta sulla natura da duemila anni.

Ma davvero stiamo vivendo l’estate più calda della storia?

Veramente fa più caldo di quarant’anni fa?

Secondo le mie ricerche, almeno per il campione che ho preso in esame, la risposta non è così scontata come potrebbe sembrare.

Per quanto riguarda l’Italia ho costruito un piccolo modello comparativo basato su quattro città: Trento per il Nord, Campobasso per il Centro, Potenza per il Sud e Roma, capitale d’Italia e rappresentante della grande realtà metropolitana.

Perché proprio queste?

Avevo bisogno di città nelle quali il ricorso massiccio all’aria condizionata fosse, per ragioni geografiche e climatiche, meno indispensabile rispetto alle grandi città di pianura e alle aree costiere più calde.

Trento, Campobasso e Potenza, per altitudine, collocazione geografica e caratteristiche climatiche, rappresentano tre realtà nelle quali è ancora possibile trascorrere una parte consistente dell’estate senza ricorrere sistematicamente alla climatizzazione domestica.

Roma l’ho invece volutamente mantenuta come termine di paragone opposto: una grande metropoli fortemente urbanizzata, nella quale condizionamento, traffico, cemento e asfalto hanno assunto dimensioni enormemente superiori rispetto a quarant’anni fa.

Perché quando parliamo di caldo tendiamo a considerare la temperatura atmosferica come se fosse l’unica variabile in gioco.

Ma la temperatura che misura una stazione meteorologica e il caldo che vive concretamente un essere umano non sono esattamente la stessa cosa.

Ed è qui che entra in gioco un’invenzione straordinaria, che ha migliorato enormemente la nostra qualità della vita ma che potrebbe avere modificato anche il nostro rapporto fisico e psicologico con il caldo: il condizionatore.

Chi, come me, ha vissuto l’infanzia negli anni Settanta e Ottanta ricorderà perfettamente un mondo diverso. Si viaggiava d’estate su automobili prive di climatizzatore, magari seduti su sedili di vilpelle arroventati dal Sole. Nelle abitazioni si aprivano le finestre, si abbassavano le tapparelle e, quando andava bene, si accendeva un ventilatore. Nei negozi, negli uffici, nei bar, nei mezzi pubblici e persino negli alberghi l’aria condizionata non costituiva affatto quella presenza pressoché universale che rappresenta oggi.

Eppure le estati calde esistevano.

Il nostro organismo trascorreva settimane intere immerso nel caldo. Non usciva da una casa mantenuta a 21 o 22 gradi per entrare in un’automobile climatizzata, quindi in un supermercato climatizzato, poi in un ufficio climatizzato e infine nuovamente in un’abitazione climatizzata.

Oggi possiamo trascorrere gran parte della giornata in una sorta di primavera artificiale permanente, anche quando all’esterno ci sono 35 o 36 gradi.

Questo introduce un elemento fisiologico importante: l’acclimatazione.

L’organismo umano possiede una notevole capacità di adattarsi progressivamente alle alte temperature. Un’esposizione ripetuta al caldo modifica la risposta cardiovascolare e la sudorazione e rende progressivamente più tollerabile lo stress termico. Viceversa, trascorrere gran parte della giornata in ambienti artificialmente raffreddati riduce l’esposizione necessaria a mantenere quell’acclimatazione.

A questo aggiungerei un elemento psicologico e culturale.

L’uomo giudica il comfort anche rispetto alle condizioni alle quali è abituato. Ciò che nel 1983 veniva considerato semplicemente estate — dormire con il ventilatore, sudare in automobile, lavorare con le finestre aperte — oggi può essere vissuto come un disagio intollerabile perché sappiamo che, premendo un pulsante, possiamo avere ventidue gradi.

Da qui la prima domanda: siamo sicuri che quando diciamo “oggi il caldo è insopportabile” stiamo misurando soltanto un cambiamento del clima e non, almeno in parte, anche un cambiamento dell’uomo che quel clima lo vive?

1983 contro 2026

Naturalmente si potrebbe obiettare che quarant’anni fa facesse sì caldo, ma con condizioni di umidità differenti.

Per questo nel mio confronto non ho considerato soltanto le temperature, ma anche l’umidità relativa.

Ed è qui che il confronto fra luglio 1983 e luglio 2026 diventa interessante.

A Potenza la temperatura media di luglio passa, nei dati da me raccolti, da 23,3 °C nel 1983 a 24,1 °C nel 2026, mentre l’umidità rimane praticamente identica: 49,9% contro 49,3%.

A Campobasso accade qualcosa di ancora più curioso: 25,1 °C nel luglio 1983 contro 24,7 °C nel luglio 2026. Il luglio 1983 risulta dunque leggermente più caldo nella media, mentre l’umidità passa dal 49% al 53,7%.

A Trento troviamo 25,7 °C nel 1983 contro 26,5 °C nel 2026: otto decimi di grado di differenza. Ma l’umidità era addirittura maggiore nel 1983: 54,7% contro 51,5%.

Tre città lontanissime fra loro restituiscono dunque un risultato che merita almeno di essere discusso: nel luglio 1983 le condizioni di temperatura e umidità erano, in questo campione, sorprendentemente simili a quelle del luglio 2026.

Questo non significa che quattro città e due singoli mesi possano descrivere l’andamento climatico dell’intero pianeta o confutare da soli una tendenza climatica pluridecennale.

Significa però qualcosa di circoscritto e interessante: estati capaci di produrre temperature paragonabili a quelle attuali esistevano anche quarant’anni fa.

E agosto?

Nel momento in cui scrivo è soltanto il 17 agosto 2026, quindi qualsiasi confronto sarebbe necessariamente provvisorio. La seconda metà del mese può ancora modificare sensibilmente la media e, proprio mentre scrivo, diverse zone d’Italia sono interessate da nuvolosità, piogge e temporali.

Avanzo allora una previsione verificabile: se la seconda metà di agosto non presenterà un’ondata di caldo sufficientemente intensa da modificare radicalmente le medie, anche agosto 2026 potrebbe chiudersi, nelle città considerate, con valori non troppo lontani da quelli dell’agosto 1983.

Il 31 agosto saranno i numeri a dirci se questa previsione avrà retto oppure no.

Roma racconta un’altra storia

Roma presenta invece un quadro profondamente diverso.

Nel mio campione la temperatura media di luglio passa da 25,1 °C nel 1983 a 29 °C nel 2026.

Ancora più impressionante è la minima media: 18,5 °C contro 23,5 °C.

Cinque gradi.

Ma proprio Roma ci obbliga a introdurre un’altra variabile: la città stessa produce e trattiene calore.

In quarant’anni le nostre aree urbane sono profondamente cambiate. Sono aumentati edifici, strade, parcheggi, capannoni, centri commerciali e superfici impermeabilizzate. Dove esistevano terreno, vegetazione ed erba troviamo spesso cemento e asfalto.

Chiunque vada in bicicletta nelle sere d’estate può fare un piccolo esperimento.

Si attraversi una zona densamente edificata al tramonto e poi ci si sposti verso la campagna, magari lungo un fosso circondato da alberi, canneti e terreno umido.

La differenza sulla pelle può essere impressionante.

Gli alberi ombreggiano le superfici e raffreddano l’ambiente attraverso l’evapotraspirazione. L’asfalto, invece, esposto alla radiazione solare per ore, può raggiungere temperature superficiali enormemente superiori a quelle dell’aria e, soprattutto, immagazzina energia.

Quando il Sole tramonta, il prato e la campagna possono raffreddarsi rapidamente; una strada, un parcheggio, un tetto o una facciata continuano invece per ore a restituire all’ambiente il calore accumulato durante il giorno.

È uno dei meccanismi dell’isola di calore urbana.

A questo si aggiunge il paradosso della climatizzazione.

Il condizionatore non distrugge il calore. Lo trasferisce. Sottrae energia termica dall’interno dell’abitazione e la scarica all’esterno, aggiungendovi l’energia utilizzata dal compressore.

Non significa attribuire ai condizionatori i cinque gradi di differenza osservati nelle minime romane. Significa però riconoscere una cosa elementare: Roma del 2026 non è fisicamente la Roma del 1983.

Ed ecco il paradosso: raffreddiamo sempre di più gli ambienti nei quali viviamo mentre scarichiamo parte di quel calore all’esterno; contemporaneamente trascorriamo sempre meno tempo esposti naturalmente al caldo, modificando la nostra acclimatazione.

E Roma non è affatto un’eccezione.

Abbiamo urbanizzato il Mediterraneo

Lo stesso processo, con intensità differenti, si è verificato lungo una parte enorme delle coste italiane.

Negli ultimi decenni abbiamo assistito contemporaneamente allo spopolamento di molte aree interne e alla concentrazione di popolazione, abitazioni, attività economiche e infrastrutture nelle pianure e lungo le fasce costiere.

Basta osservare l’Adriatico.

Tratti di costa un tempo costituiti da paesi separati da campagne, pinete e terreni agricoli sono diventati progressivamente un continuum urbano di abitazioni, alberghi, capannoni, centri commerciali, parcheggi, strade e stabilimenti balneari.

La costa abruzzese ne rappresenta un esempio evidente: lungo l’asse che da Ortona attraversa Pescara e prosegue verso Montesilvano, Silvi e Pineto, nuclei urbani un tempo distinti tendono ormai, in numerosi tratti, quasi a saldarsi.

E ciò significa che non abbiamo semplicemente costruito case.

Abbiamo modificato la superficie che riceve l’energia del Sole.

Dove esisteva un campo abbiamo costruito un parcheggio. Dove c’era terreno permeabile abbiamo steso asfalto. Dove esistevano alberi e vegetazione abbiamo realizzato edifici, strade e piazzali.

A tutto questo si aggiunge la proliferazione dei condizionatori.

Più persone si concentrano lungo la costa, più aumentano abitazioni, alberghi, uffici, negozi e centri commerciali; più aumentano questi edifici, più cresce il numero degli impianti di climatizzazione.

Nasce così, almeno localmente, un circolo vizioso: più l’ambiente urbano si scalda ? maggiore è il ricorso ai condizionatori ? maggiore è il calore scaricato all’esterno ? maggiore diventa la necessità di raffreddare gli ambienti interni.

Naturalmente sarebbe sbagliato attribuire a questo meccanismo l’intero riscaldamento del Mediterraneo. Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare che l’ambiente nel quale oggi misuriamo e soprattutto sperimentiamo quelle temperature è profondamente diverso da quello di quarant’anni fa.

E il fenomeno non riguarda soltanto l’Italia.

Le coste della Spagna, dell’Italia, dei Balcani, della Turchia e del Nord Africa hanno conosciuto trasformazioni territoriali enormi. La concentrazione di popolazione, infrastrutture, turismo e attività economiche significa una moltiplicazione di superfici artificiali e fonti antropiche di calore.

Possiamo dunque avere contemporaneamente un riscaldamento climatico generale e, sovrapposto ad esso, un riscaldamento locale amplificato dall’urbanizzazione, dalla perdita di vegetazione, dall’impermeabilizzazione dei terreni, dall’asfalto, dal cemento, dal traffico e dal calore antropico.

La domanda corretta, allora, non è soltanto: «Quanto è cambiato il clima?»

Ma anche: «Quanto abbiamo cambiato noi il territorio nel quale quel clima viene misurato e vissuto?»

E l’acqua?

Qualcuno potrebbe obiettare: va bene il caldo, ma la siccità? I fiumi sempre più magri? La disponibilità d’acqua?

È una domanda legittima.

Ma anche qui il problema è più complesso dell’equazione: più caldo = meno pioggia = meno acqua.

Prendiamo proprio il 2026.

In Abruzzo gennaio è stato eccezionalmente piovoso: secondo i dati CETEMPS utilizzati nella mia ricerca, le precipitazioni sono risultate circa il 110% superiori alla media climatologica, rendendolo il terzo gennaio più piovoso degli ultimi cinquant’anni.

Questo ci ricorda una cosa elementare: temperatura, precipitazioni e disponibilità idrica non sono la stessa variabile.

Ed è precisamente qui che entra in gioco la neve.

Una parte importante della portata primaverile ed estiva di numerosi corsi d’acqua, soprattutto nei bacini alpini, deriva dall’acqua che durante l’inverno viene immagazzinata sulle montagne sotto forma di neve, cui si aggiunge, dove presente, il contributo glaciale.

La montagna funziona dunque come un gigantesco bacino idrico naturale.

Se però nevica meno e una quota maggiore delle precipitazioni invernali cade sotto forma di pioggia, il meccanismo cambia.

La pioggia raggiunge rapidamente il terreno e i corsi d’acqua. Se non viene assorbita dal suolo, immagazzinata nelle falde o trattenuta artificialmente, defluisce verso valle e infine verso il mare.

Possiamo quindi avere un apparente paradosso: un inverno molto piovoso e, pochi mesi dopo, fiumi in difficoltà.

Non necessariamente perché sia caduta poca acqua nell’arco dell’anno, ma perché è cambiato quando, dove e soprattutto in quale forma quell’acqua è arrivata.

Ed ecco allora la domanda politica che mi interessa molto più dell’ennesima fotografia di un fiume in secca: se sappiamo che la natura potrebbe immagazzinare meno acqua sotto forma di neve e ghiaccio, perché non aumentiamo la nostra capacità di immagazzinarla quando cade sotto forma di pioggia?

Ci viene spiegato — correttamente — che le precipitazioni possono diventare più concentrate e violente: quelle che nel linguaggio giornalistico vengono definite “bombe d’acqua”.

Quando enormi quantità d’acqua cadono in pochissimo tempo, il terreno non riesce ad assorbirle alla stessa velocità. L’acqua scorre in superficie, raggiunge rapidamente fossi e torrenti, ingrossa i fiumi e può provocare allagamenti e alluvioni.

Poi, spesso, finisce in mare.

Ma proprio se questo fenomeno dovesse diventare più frequente, non sarebbe questa una ragione in più per aumentare la nostra capacità di raccogliere e trattenere l’acqua?

Non penso a gigantesche dighe costruite ovunque.

Penso a invasi di piccole e medie dimensioni, bacini collinari, recupero e manutenzione degli invasi esistenti, raccolta delle acque meteoriche, ricarica controllata delle falde e, dove tecnicamente possibile, sistemi capaci di combinare laminazione delle piene e accumulo.

Nessun invaso può catturare tutta l’acqua di un’alluvione, naturalmente.

Ma il principio rimane: se cambia il modo in cui l’acqua cade, deve cambiare anche il modo in cui noi la gestiamo.

Altrimenti continueremo ad assistere al paradosso di territori alluvionati in inverno o primavera e assetati pochi mesi dopo.

Ma quanto consumiamo?

Ed è qui che manca spesso l’altra metà del ragionamento.

Quando diciamo che i livelli dei fiumi, degli invasi o delle falde sono insufficienti, guardiamo immediatamente verso il cielo: quanto ha piovuto?

Ma un bilancio possiede sempre due colonne.

Da una parte quanta acqua entra nel sistema.

Dall’altra quanta ne utilizziamo.

E la società del 2026 non consuma acqua esattamente come quella del 1983.

Sono cambiati popolazione urbana, turismo, attività industriali, servizi, agricoltura intensiva in determinati territori, consumi energetici e tecnologie.

A questi usi se ne stanno aggiungendo di nuovi.

Fra essi ce n’è uno particolarmente interessante perché siamo abituati a considerarlo quasi immateriale: Internet e l’intelligenza artificiale.

Quando diciamo cloud immaginiamo una nuvola.

Ma la nuvola non esiste.

Esistono enormi data center, edifici contenenti migliaia di server che funzionano giorno e notte, consumano energia, producono grandi quantità di calore e devono essere raffreddati.

E anche questo significa acqua.

L’impronta idrica dell’informatica deriva direttamente dai sistemi di raffreddamento, indirettamente dall’acqua impiegata per produrre l’elettricità e, più a monte, anche dalla produzione dei semiconduttori.

Secondo le stime della letteratura scientifica riportate nella mia ricerca, la domanda mondiale dell’intelligenza artificiale potrebbe essere associata nel 2027 a un prelievo complessivo compreso fra 4,2 e 6,6 miliardi di metri cubi d’acqua, considerando utilizzo diretto e quello legato alla produzione dell’elettricità. Di questi, circa 380-600 milioni di metri cubi rappresenterebbero consumo idrico vero e proprio, principalmente attraverso evaporazione.

Bisogna essere rigorosi: prelevare acqua non significa necessariamente consumarla tutta. Una parte viene restituita al sistema.

Ma proprio questa distinzione dimostra quanto sia necessario ragionare in termini di bilancio idrico complessivo.

Quando confrontiamo la disponibilità d’acqua del 1983 con quella del 2026 non possiamo confrontare soltanto ciò che arriva dal cielo.

Dobbiamo confrontare anche la domanda d’acqua delle due società.

Una quantità che nel 1983 poteva risultare sufficiente per un territorio potrebbe non esserlo più oggi, anche a parità di precipitazioni, se nel frattempo è aumentata la domanda.

È una banalità contabile prima ancora che climatologica.

Per questo parlare di crisi idrica esclusivamente attraverso il termometro significa rischiare di raccontare soltanto metà della storia.

E se sappiamo che in futuro potrebbe nevicare meno, che le precipitazioni potrebbero concentrarsi in eventi più intensi e che contemporaneamente consumiamo acqua per attività che quarant’anni fa non esistevano nelle dimensioni attuali, allora dobbiamo aumentare efficienza, recupero e capacità di accumulo.

E se le reti perdono acqua, dobbiamo ripararle.

Non possiamo rispondere a ogni emergenza chiedendo soltanto al cittadino di chiudere il rubinetto mentre lasciamo irrisolti problemi infrastrutturali enormemente più grandi.

E abbiamo il mare

Infine esiste una risorsa che per un Paese come l’Italia appare quasi paradossale ignorare: siamo circondati dall’acqua.

È acqua salata, certo.

Ma la tecnologia per renderla utilizzabile esiste: la desalinizzazione.

Se contemporaneamente ci viene spiegato che il livello medio del mare è destinato ad aumentare e che alcune regioni italiane potrebbero conoscere una maggiore scarsità d’acqua dolce, diventa legittimo domandarsi: perché un Paese circondato da migliaia di chilometri di coste non considera la desalinizzazione una componente strutturale della propria sicurezza idrica futura?

Non è una soluzione magica. Richiede energia, infrastrutture e investimenti; produce salamoia concentrata che deve essere gestita correttamente e non avrebbe senso trasportare indiscriminatamente acqua desalinizzata per centinaia di chilometri.

Significa che presenta costi e limiti, non che sia inutile.

La risposta dovrebbe essere un sistema nel quale convivano invasi, manutenzione delle dighe esistenti, raccolta delle acque meteoriche, ricarica delle falde, riduzione delle perdite, riutilizzo delle acque reflue depurate e desalinizzazione nelle aree costiere dove risulti conveniente.

Perché, se davvero sappiamo da decenni che i ghiacciai arretrano, la neve può diminuire, le precipitazioni possono cambiare distribuzione, le estati possono diventare più calde e contemporaneamente la nostra società richiede sempre più acqua, non possiamo limitarci ogni estate a fotografare il letto di un fiume e presentarlo come l’ennesima prova dell’imminente catastrofe.

Dobbiamo chiederci anche che cosa abbiamo fatto nel frattempo per evitarla.

Quanti bacini abbiamo costruito o recuperato? Quanta acqua piovana riusciamo a trattenere? Quanto abbiamo ridotto le perdite? Quanta acqua depurata riutilizziamo? Quanto investiamo nella desalinizzazione?

E soprattutto: abbiamo aggiornato le nostre infrastrutture idriche ai consumi e alle condizioni del XXI secolo, oppure pretendiamo ancora di amministrare l’acqua del 2026 con il sistema pensato per il mondo del 1983?

Perché il cambiamento, se esiste, non va soltanto raccontato. Va governato.

Una società razionale non risponde alla previsione di una crisi soltanto con la paura.

Si prepara.

I ghiacci e la realtà che non entra negli slogan

C’è poi un altro capitolo nel quale la comunicazione catastrofistica tende troppo spesso a trasformare un sistema estremamente complesso in uno slogan: i ghiacci.

L’immagine che arriva al grande pubblico è elementare: il pianeta si scalda, dunque i ghiacci si sciolgono ovunque.

Punto.

Ma la realtà è assai più articolata.

Nel 2026 il ghiaccio marino antartico ha mostrato un recupero consistente rispetto agli anni immediatamente precedenti. Il minimo annuale, raggiunto il 26 febbraio, è stato di circa 2,58 milioni di chilometri quadrati: non un record negativo, ma il sedicesimo valore più basso della serie satellitare iniziata nel 1979, dunque molto più vicino alla normalità rispetto ai minimi eccezionali degli anni precedenti.

Questo significa che l’Antartide nel suo complesso stia accumulando ghiaccio?

No.

Ed è proprio questo il punto.

La calotta continentale antartica continua complessivamente a perdere massa; contemporaneamente alcune aree dell’Antartide orientale possono guadagnare ghiaccio grazie a maggiori accumuli nevosi.

Possiamo dunque avere nello stesso momento: perdita complessiva di massa glaciale + aumento locale del ghiaccio + recupero del ghiaccio marino in determinati anni.

Non c’è contraddizione.

C’è semplicemente un sistema climatico molto più complesso di uno slogan.

Qualcosa di analogo accade nelle grandi catene montuose asiatiche.

Nel complesso i ghiacciai dell’Hindu Kush-Himalaya stanno perdendo massa, e questo dato non va nascosto. Ma per decenni alcuni ghiacciai del Karakorum hanno mostrato un comportamento anomalo rispetto alle regioni circostanti: stabilità, perdite molto contenute e, in alcune aree e periodi, perfino bilanci positivi.

Il fenomeno è abbastanza noto da avere un nome nella letteratura scientifica: Karakoram Anomaly.

E allora la domanda che mi pongo non è se esista o meno un riscaldamento globale.

La domanda è un’altra: perché al grande pubblico viene quasi sempre raccontata soltanto la parte del fenomeno che conferma una narrazione lineare e assai più raramente quella che ne mostra la complessità?

Quando un ghiacciaio arretra, la fotografia diventa immediatamente simbolo del cambiamento climatico.

Quando una regione glaciale rimane stabile o aumenta localmente di massa, quella notizia difficilmente assume lo stesso rilievo.

Quando il ghiaccio marino antartico raggiunge valori eccezionalmente bassi, il dato fa il giro del mondo.

Quando recupera terreno rispetto agli anni precedenti, la notizia resta molto più facilmente confinata agli osservatori scientifici.

Non significa che la prima notizia sia falsa.

Significa che selezionare sistematicamente soltanto i dati che vanno in una direzione finisce per produrre una rappresentazione parziale della realtà.

E una rappresentazione parziale, quando diventa strumento di comunicazione politica, rischia inevitabilmente di diventare partigiana.

Il clima non è un termostato regolato allo stesso modo su tutta la superficie terrestre.

Una regione può scaldarsi rapidamente e un’altra molto meno. In una zona può diminuire la neve, altrove può aumentarne l’accumulo. Un ghiacciaio può arretrare mentre, a migliaia di chilometri di distanza, un altro rimane stabile. Il ghiaccio marino può crescere in una stagione mentre la calotta continentale perde massa nel lungo periodo.

Tutto questo può verificarsi nello stesso pianeta e nello stesso momento.

Il problema, allora, non è soltanto capire se la Terra stia cambiando.

È capire come sta cambiando, dove, con quali tempi e attraverso quali meccanismi.

Perché dire semplicemente «il pianeta si sta sciogliendo» funziona benissimo in uno slogan.

La natura, fortunatamente, non ragiona per slogan.

L’ultimo antropocentrismo

C’è poi, a mio avviso, un difetto culturale che accompagna una parte dell’ambientalismo contemporaneo: l’antropocentrismo.

Può sembrare paradossale. L’ecologismo afferma spesso di voler ridimensionare l’uomo e restituire centralità alla natura. Eppure, nel bene come nel male, l’uomo finisce ancora una volta al centro di tutto.

Se il clima cambia, siamo noi.

Se una specie scompare, siamo noi.

Se una costa arretra, siamo noi.

Se un ghiacciaio perde massa, siamo noi.

L’uomo continua così a percepirsi come il protagonista assoluto del pianeta, perfino quando si attribuisce la parte del colpevole.

Credo invece che sarebbe necessario recuperare un po’ di umiltà cosmica.

La Terra esiste da miliardi di anni. Il suo clima è cambiato infinite volte prima che comparisse Homo sapiens. Ha conosciuto glaciazioni, periodi molto più caldi dell’attuale, estinzioni di massa, spostamenti dei continenti, inversioni del campo magnetico e trasformazioni radicali degli ecosistemi.

L’uomo può certamente modificare l’ambiente nel quale vive. Può inquinare l’aria, contaminare l’acqua, cementificare il territorio, alterare gli ecosistemi e modificare localmente il microclima.

Ma da questo non discende automaticamente che ogni variazione del sistema Terra debba avere nell’uomo la propria causa dominante.

Ed è qui che bisogna tornare a guardare verso il cielo.

Il Sole non è una lampadina immobile

Il Sole non è una sorgente perfettamente costante.

Possiede un campo magnetico, macchie solari, brillamenti, espulsioni di massa coronale e un ciclo di attività di circa undici anni. La sua attività interagisce realmente con la magnetosfera terrestre producendo fenomeni misurabili, dalle aurore alle tempeste geomagnetiche.

Ma nemmeno il Sole è fermo.

Insieme all’intero Sistema Solare orbita intorno al centro della Via Lattea, impiegando circa 230 milioni di anni per completare un giro.

E la stessa Via Lattea si muove nello spazio.

Da qui nasce per me una domanda legittima: quanto conosciamo davvero delle conseguenze di questi movimenti e delle interazioni cosmiche su scale temporali immense?

Sappiamo misurare l’irraggiamento solare e le conoscenze attuali indicano che le variazioni note dell’attività solare recente non spiegano da sole il riscaldamento osservato negli ultimi decenni.

Questo è un dato e non ho interesse a negarlo.

Ma non significa automaticamente che conosciamo ogni possibile interazione fra Sistema Solare, ambiente galattico e sistema terrestre.

La mia è precisamente questa: un’ipotesi.

Non sostengo di possedere la prova che la posizione del Sistema Solare nella Galassia determini l’attuale fase climatica terrestre. Sostengo però che, davanti a sistemi tanto complessi e a scale temporali immensamente superiori alla vita umana, trovo eccessivamente sicuro qualunque discorso che presenti il clima terrestre come un meccanismo ormai integralmente compreso.

La scienza conosce, ad esempio, i grandi cicli orbitali di Milankovi?, nei quali variazioni di eccentricità, precessione e obliquità modificano la distribuzione dell’energia solare sulla Terra su decine e centinaia di migliaia di anni.

Dunque sappiamo già che fattori astronomici possono influenzare il clima terrestre.

Il problema è stabilire quali altri meccanismi esistano e, soprattutto, quale peso abbiano.

Porre la domanda non significa avere trovato la risposta.

Ma nemmeno la scienza dovrebbe temere le domande.

L’uomo che non vuole più adattarsi

Qui il problema diventa filosofico.

Per milioni di anni gli esseri viventi hanno risposto ai mutamenti dell’ambiente soprattutto in due modi: adattandosi oppure spostandosi.

Gli uccelli migrano quando cambiano le stagioni. Numerosi mammiferi seguono l’acqua, la temperatura e il cibo. Le specie incapaci di adattarsi a un nuovo ambiente possono ridursi o estinguersi, mentre altre occupano lo spazio lasciato libero.

L’uomo, invece, attraverso la tecnica ha progressivamente cercato di adattare la natura a se stesso anziché se stesso alla natura.

Costruiamo città nel deserto e le raffreddiamo.

Viviamo in aree aride e portiamo l’acqua da centinaia di chilometri.

Occupiamo pianure alluvionali e poi cerchiamo di impedire ai fiumi di esondare.

Costruiamo sulle coste e pretendiamo che la linea di costa rimanga per sempre nello stesso punto.

Siamo diventati una specie che pretende che l’ambiente rimanga compatibile con il proprio stile di vita.

Se un territorio diventasse realmente troppo caldo, troppo arido o troppo instabile, un animale migrerebbe.

Noi consideriamo quasi inconcepibile l’idea di doverci spostare.

Vogliamo rimanere esattamente dove siamo, continuare a vivere nello stesso modo e chiediamo alla tecnologia di neutralizzare qualsiasi trasformazione naturale.

Non sostengo che dovremmo abbandonare le città o rinunciare alla tecnologia.

Dico semplicemente che l’adattamento è sempre stato una delle leggi fondamentali della vita, mentre la cultura contemporanea tende talvolta a considerare ogni modificazione dell’ambiente come qualcosa che debba necessariamente essere arrestato.

Persino nel rapporto con le altre specie emerge questa contraddizione.

L’uomo moderno non si limita a proteggere un ecosistema; tenta talvolta di congelare nel tempo la composizione stessa della natura, come se ogni specie oggi esistente dovesse necessariamente esistere per sempre.

Pensiamo al panda gigante, che presenta indubbiamente una riproduzione particolarmente difficile. Gli enormi sforzi compiuti dall’uomo per conservarlo rappresentano, anche per il suo aspetto dolce e bonario, un esempio quasi perfetto di quanto la nostra idea di tutela della biodiversità sia influenzata dalla simpatia che proviamo per una specie. Ci mobilitiamo con facilità per salvare il panda; molto meno, probabilmente, per impedire l’estinzione di una specie di tenia, di un parassita o di un organismo che ci appare ripugnante. Eppure, dal punto di vista biologico, anche questi ultimi sono il risultato di milioni di anni di evoluzione. In altre parole, non tuteliamo soltanto la natura: selezioniamo anche, in base alla nostra sensibilità, quale natura riteniamo degna di essere tutelata.

E allora emerge una domanda che è più filosofica che biologica: dove finisce la tutela della natura e dove comincia il tentativo umano di impedirle di cambiare?

E poi ci sono i terremoti

Ed eccoci all’altro fenomeno che, soprattutto negli ultimi mesi, alimenta la sensazione che la Terra si sia improvvisamente risvegliata.

Terremoti di grande magnitudo si sono succeduti soprattutto lungo quella gigantesca cintura tettonica che circonda l’Oceano Pacifico e che conosciamo come Cintura o Anello di Fuoco.

Non parliamo dei terremoti di magnitudo 2 o 3 che avvengono continuamente.

Parliamo di eventi di magnitudo 7 o superiore.

Nel catalogo sismologico che ho esaminato, tra febbraio e luglio 2026 compaiono, tra gli altri, eventi M?7 in Borneo, Tonga, Vanuatu, Molucche, Giappone, Filippine e Messico, oltre alla particolare sequenza venezuelana del 24 giugno.

Gran parte di questi eventi ricade nel vastissimo sistema tettonico circum-pacifico o nelle sue aree di margine.

Guardando una carta geografica, l’impressione è inevitabilmente forte: una successione di grandi terremoti disposti intorno a una parte enorme del Pacifico.

Ma anche qui dobbiamo distinguere l’impressione dal dato.

Storicamente ci si può aspettare mediamente nel mondo circa una quindicina di terremoti della classe 7 e approssimativamente uno di magnitudo 8 o superiore ogni anno, con forti oscillazioni da un anno all’altro.

Negli anni 2015-2025, nei dati che abbiamo confrontato, la media è stata di circa 13 terremoti M7-7,9 all’anno e 0,7 M8-8,9.

Quindi no: non possiamo sostenere seriamente che nel 2026 la Terra stia vivendo una quantità di grandi terremoti mai osservata prima.

I dati non lo consentono.

Eppure qualcosa rimane interessante.

Perché una cosa è contare quanti terremoti avvengono complessivamente sulla Terra in dodici mesi; un’altra è osservare dove avvengono, in quale intervallo temporale e attraverso quali sistemi tettonici.

Ed è precisamente la concentrazione geografica e temporale degli eventi del Pacifico ad avere attirato la mia attenzione.

La Cintura di Fuoco è il sistema sismico e vulcanico più attivo della Terra: lungo di essa avviene la grande maggioranza dei più forti terremoti del pianeta.

Questo dipende dalla tettonica delle placche e, in particolare, dalle grandi zone di subduzione che circondano il Pacifico.

Dunque abbiamo già una spiegazione geologica molto robusta del perché proprio quella regione sia tanto attiva.

Ma questo non rende illegittimo domandarsi se variazioni nella frequenza o nella distribuzione temporale degli eventi possano contenere informazioni ulteriori.

Attenzione, però: contemporaneità non significa causalità.

Due terremoti che avvengono a migliaia di chilometri di distanza non diventano automaticamente manifestazioni dello stesso fenomeno. Inoltre i terremoti tendono a presentarsi in sequenze e un grande sisma può modificare localmente gli stress sulle faglie e generare repliche.

Quindi sette od otto eventi M?7 entro agosto non costituiscono la prova di una trasformazione globale del pianeta, né rappresentano un record storico assoluto.

Ma sono fenomeni reali e, come tali, vanno osservati.

Ed è qui che torno al Sole.

La Terra non è una sfera di roccia morta.

Sotto i nostri piedi esiste un pianeta termicamente e dinamicamente attivo. Il nucleo è costituito prevalentemente da ferro e nichel; il nucleo esterno è liquido e i suoi movimenti contribuiscono alla generazione del campo magnetico terrestre. Sopra di esso il mantello trasferisce lentamente energia verso l’esterno, mentre la litosfera è suddivisa in placche in continuo movimento.

Siamo seduti sopra una macchina planetaria in funzione da miliardi di anni.

Contemporaneamente il Sole possiede un gigantesco campo magnetico e la Terra è immersa continuamente nel vento solare.

Le interazioni elettromagnetiche Sole-Terra esistono: questo non è oggetto di discussione.

La domanda è un’altra: possono esistere accoppiamenti indiretti o meccanismi oggi sconosciuti o sottostimati capaci di influire anche sulla dinamica profonda terrestre?

Finora non abbiamo la prova.

Anzi, allo stato attuale delle conoscenze non è stata dimostrata una relazione causale fra brillamenti o tempeste geomagnetiche e terremoti.

Questo deve essere detto con chiarezza.

Ma la risposta scientificamente corretta è: «questa relazione non è stata dimostrata».

Non: «conosciamo ormai ogni possibile interazione fra il cosmo e l’interno della Terra».

Sono due affermazioni profondamente diverse.

La scienza non dovrebbe consistere nel decidere preventivamente quali domande siano rispettabili.

Dovrebbe consistere nel trovare strumenti abbastanza buoni da sottoporle alla prova dei fatti.

Anche in Italia la sensazione di una Terra particolarmente attiva viene alimentata dalla contemporanea attenzione verso Etna, Stromboli e Campi Flegrei, oltre alla normale sismicità della penisola.

Ma anche qui bisogna resistere alla tentazione di costruire un’unica gigantesca causa.

L’Etna è uno dei vulcani più attivi del pianeta, Stromboli presenta un’attività pressoché persistente e i Campi Flegrei attraversano da anni una fase di bradisismo attentamente monitorata.

Che questi fenomeni siano contemporaneamente presenti non dimostra che siano provocati da una medesima forza profonda né, tantomeno, da un’influenza astronomica.

Rappresentano però un magnifico promemoria: il pianeta sul quale viviamo è vivo dal punto di vista geologico.

E continuerà ad esserlo indipendentemente da noi.

La Terra non deve necessariamente stare come piace a noi

E così torniamo al punto dal quale eravamo partiti.

Al millenarismo.

Da millenni l’uomo guarda il cielo e la Terra cercando i segni della propria fine.

Una cometa, un’eclissi, un terremoto, un vulcano, un’alluvione, una siccità.

Oggi abbiamo aggiunto il ghiacciaio che arretra, la temperatura record, il livello del mare, la macchia solare e la fotografia satellitare.

Cambiano gli strumenti. Non cambia completamente l’uomo che li guarda.

Esiste però una differenza fondamentale: possediamo una quantità d’informazioni che nessuna generazione precedente avrebbe potuto neppure immaginare.

Un terremoto avviene dall’altra parte del Pacifico e dopo trenta secondi compare sul nostro telefono.

Un vulcano erutta in Kamchatka e possiamo guardarlo quasi in diretta.

Un ghiacciaio perde massa e disponiamo delle immagini satellitari.

La conseguenza paradossale è che non necessariamente viviamo in un pianeta più catastrofico: viviamo certamente in un pianeta nel quale conosciamo quasi istantaneamente ogni catastrofe.

E l’algoritmo fa il resto.

Guardiamo un terremoto e ce ne mostra un altro.

Guardiamo un’eruzione e ci mostra dieci vulcani.

Cerchiamo un’alluvione e improvvisamente sembra che l’intero pianeta sia sott’acqua.

Nasce così la stessa sensazione che accompagnava l’uomo medievale quando vedeva una cometa: sta succedendo qualcosa.

Forse sì.

La Terra sta certamente cambiando, perché la Terra è sempre cambiata.

Il clima cambia. I continenti si muovono. I ghiacciai avanzano e arretrano. Le specie nascono e scompaiono. I mari avanzano e si ritirano. I vulcani si accendono e si spengono. Le montagne nascono, crescono e vengono lentamente demolite dall’erosione.

E sopra tutto questo esiste una stella che cambia la propria attività, un Sistema Solare che attraversa la Galassia e un universo del quale conosciamo ancora soltanto una frazione.

Forse la vera presunzione dell’uomo moderno consiste nel credere di avere già compreso completamente quale debba essere lo stato normale della Terra.

Questo non significa assolverci dalle nostre responsabilità.

Al contrario.

Inquinare è stupido prima ancora che immorale.

Avvelenare l’acqua che beviamo, l’aria che respiriamo e il terreno dal quale ricaviamo il cibo significa danneggiare noi stessi.

Distruggere inutilmente una foresta significa impoverire un ecosistema.

Cementificare indiscriminatamente significa aumentare il calore urbano, impermeabilizzare il terreno e rendere più difficile la gestione dell’acqua.

Sprecare acqua significa sottrarre una risorsa preziosa a noi e a chi verrà dopo di noi.

Ma una cosa è proteggere l’ambiente.

Un’altra è convincersi che possiamo rendere immobile il clima di un pianeta che non è mai stato immobile.

La Terra non possiede un clima moralmente “giusto”.

Non esiste una linea di costa che debba rimanere identica per l’eternità.

Non esiste una distribuzione eterna di ghiacciai, deserti, foreste e specie animali.

Esiste un pianeta dinamico.

E noi dobbiamo tornare a imparare qualcosa che abbiamo progressivamente dimenticato: adattarci.

Se avremo meno neve, dovremo trattenere meglio l’acqua.

Se avremo precipitazioni più concentrate, dovremo costruire infrastrutture capaci di gestirle.

Se alcune città diventeranno troppo calde, dovremo ripensare cemento, asfalto, alberi e urbanizzazione.

Se aumenterà la domanda d’acqua, dovremo recuperarla, riutilizzarla, accumularla e, dove conveniente, desalinizzare quella marina.

E se alcune condizioni ambientali dovessero realmente cambiare in maniera profonda, dovremo persino accettare ciò che ogni altra specie ha sempre fatto: adattarci e, quando necessario, spostarci.

Non so se il 2026 rappresenti l’inizio di qualcosa.

Non so se la concentrazione dei terremoti osservata sia semplicemente una normale oscillazione statistica — e i dati disponibili ci dicono che può benissimo esserlo — oppure se un giorno comprenderemo interazioni naturali che oggi non sappiamo ancora misurare.

Non pretendo di sapere quale peso possano avere meccanismi naturali che ancora non comprendiamo pienamente.

Ma una cosa credo di saperla.

Il mondo non sta finendo perché sui nostri telefoni compaiono contemporaneamente terremoti, vulcani, ghiacciai, alluvioni ed eclissi.

E forse il più grande errore sarebbe oscillare continuamente fra due presunzioni opposte: credere che ogni fenomeno naturale annunci l’Apocalisse oppure credere che ogni trasformazione della natura abbia necessariamente noi come protagonisti.

La Terra esisteva molto prima di noi.

Con ogni probabilità continuerà a esistere molto dopo di noi.

Non siamo i padroni del pianeta. Ma non siamo neppure il pianeta.

Siamo una delle specie che, per un brevissimo istante della sua storia, ha avuto il privilegio di abitarlo, osservarlo e tentare di comprenderlo.

Forse dovremmo ricominciare proprio da qui: meno paura della fine del mondo, meno presunzione di governarlo e molta più umiltà nel cercare di capire come funziona.

Lorenzo Valloreja

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