La tragedia di Vergarolla: la pagina di storia strappata!

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Oggi sono uno dei pochissimi a riportarlo, non l’ho vissuto ma, me l’hanno raccontato.
Un colpo secco come di pistola, poi la fine del mondo: un’esplosione frantuma le rocce su cui migliaia di persone si stanno godendo l’assolata domenica di agosto, la pineta divampa in un rogo, il mare si arrossa di sangue (i polesani non mangiarono pesce per mesi) e i gabbiani impazziti si contendono i resti umani che piovono dal cielo. 
Mentre un fungo di fumo si alza dalla spiaggia, per un raggio di chilometri la città intera sobbalza mandando in pezzi vetrine e finestre.
Pola, Istria – Italia, 18 agosto 1946, oggi 80 anni fa a guerra finita da un anno la strage dimenticata di Vergarolla.
Fu il primo attentato terroristico della storia della Repubblica italiana e il più sanguinoso, più di Piazza Fontana, più della Stazione di Bologna, ma non viene ricordato non viene commemorato, non viene neppure riportato sui libri di storia, perché meglio rimuovere quelle pagine di vittime ITALIANE. 
Nella strage di Vergarolla, la spiaggia cittadina di Pola, persero la vita oltre cento persone, ma solo a 64 dei corpi polverizzati fu possibile dare un nome, per gli altri saranno i medici a fare un bilancio mettendo insieme i pezzi e contando le membra.
Un terzo erano bambini che giocavano sulla spiaggia, cosa normale di una domenica di agosto sulla spiaggia adiacente la città, cosa che anche gli attentatori sapevano, valutarono e decisero.
E come per ogni tragedia, anche per la strage di Vergarolla c’è una foto simbolo, uscita sui giornali all’indomani dell’attentato: un uomo inorridito che corre sulla riva reggendo tra le mani il corpicino inerte di una bimba vestita di bianco con la testa ripiegata innaturalmente sulla schiena.
È un’immagine tuttora indelebile nella mente dei sopravvissuti, quella di un uomo che corre con il corpicino o quel che resta di una bambina.
È un’immagine tuttora indelebile nella mente dei sopravvissuti, ma fino a oggi rimasta senza nome.
Chi era quella bimba? 
Chi era l’uomo che l’aveva raccolta? 
Dove la stava portando? 
Era forse sua figlia?
Le parole di Bruno Castro, istriano di Pola classe 1932:
“Ricordo quel preciso momento, io avevo 14 anni, nella grande confusione che seguì lo scoppio mi trovai di fronte mio cognato Mario Angelini, correva con gli occhi sbarrati tra i feriti e i cadaveri tenendo quella bimba tra le mani. 
Di lei non vedevo il viso, perché la testa era ciondoloni dietro la schiena, vedevo solo dei riccioli neri sul vestitino bianco. 
Mario continuò a correre e la depose su un camion che portava via i primi corpi, ma intanto mi gridò di correre a casa da mia mamma”.
Quando la storia, evidentemente ritenuta scomoda ad una parte, non è uguale per tutti!
Buona riflessione.
Roberto Kudlicka

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