Si sa: quando manca il peso, si cerca il rumore. E così i fratelli piccoli della Francia, quelli, tanto per intenderci, che non ce l’hanno fatta — i belgi — hanno pensato bene, in occasione del 70º anniversario della strage di Marcinelle, di tirare nuovamente fuori, come il cavolo a merenda, la storia dell’antifascismo e del razzismo.Eh sì, perché non è la prima volta che le autorità belghe contestano quelle italiane, specie quando queste ultime appartengono o provengono dalla storia dell’ex MSI.In principio fu l’ex ministro socialista Elio Di Rupo, di palesi origini italiane e, più precisamente, abruzzesi, che nel 1994 si rifiutò di stringere la mano a Pinuccio Tatarella, perché esponente di un partito considerato post-fascista.Poi fu la volta delle autorità comunali di Charleroi che, nel 2001, boicottarono per lo stesso motivo Mirko Tremaglia, recatosi lì, tra l’altro, proprio per onorare le vittime di Marcinelle. E, dulcis in fundo, parliamo dell’uomo che sarebbe stato il principale artefice della legge che ha istituito in Italia la Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo, celebrata proprio l’8 agosto, anniversario della tragedia di Marcinelle.Infine, l’8 agosto 2026, sempre a Charleroi, è stato l’attuale sindaco Thomas Dermine a far risuonare nuovamente la gran cassa della polemica, impostando una parte significativa del proprio intervento sulla critica alle politiche migratorie, dell’accoglienza e dei confini dell’attuale Governo italiano e, dunque, di Giorgia Meloni.A ciò si è aggiunta la protesta del sindacato belga FGTB, grosso modo l’equivalente della nostra CGIL: durante l’intervento del Presidente del Senato italiano, Ignazio La Russa, alcuni suoi rappresentanti si sono voltati di spalle in segno di protesta.Ebbene, tutti costoro, prima di dare fiato alla propria ignoranza — nel significato letterale del termine: ignorano, oltre a non sapere — dovrebbero riflettere profondamente sulla loro storia nazionale e sull’esempio che, fino all’altro ieri, il Belgio ha dato al mondo.Proprio il Belgio, che oggi impartisce lezioni morali sull’accoglienza, dovrebbe maneggiare con maggiore prudenza la propria pretesa superiorità etica, considerando, in primis, la sua storia coloniale; poi il rapporto che una parte della società belga ebbe con il nazismo; e, infine, il modo in cui, negli anni Cinquanta e Sessanta, furono trattati proprio quegli italiani che erano andati a lavorare nelle sue miniere.Il Belgio, infatti, porta sulle spalle uno dei capitoli più brutali, se non il più brutale, dell’intera storia del colonialismo mondiale. Dal 1885 al 1908, i territori del bacino del fiume Congo furono amministrati non come una vera e propria colonia belga, bensì formalmente come uno Stato Libero, lo Stato Libero del Congo, possedimento personale di Leopoldo II.Fu proprio sotto quel regime che si sviluppò un sistema di sfruttamento fondato sul lavoro forzato per la raccolta della gomma e dell’avorio, accompagnato dalla presa sistematica di ostaggi, da violenze, mutilazioni e dall’impiego della Force Publique per costringere le popolazioni locali a raggiungere quote di produzione sempre maggiori.Non violenze commesse per reprimere sommosse o sconfiggere nemici armati, dunque, ma vere e proprie operazioni di saccheggio e sopraffazione perpetrate dai civilissimi europei al servizio degli interessi di Sua Maestà.Soltanto nel 1908, anche in seguito allo scandalo internazionale provocato dalle atrocità commesse, il territorio passò formalmente allo Stato belga e divenne il Congo Belga, rimanendo sotto il dominio coloniale di Bruxelles fino all’indipendenza del 1960.Ciò non significò, naturalmente, la fine dello sfruttamento, delle discriminazioni e delle violenze proprie del sistema coloniale. La brutalità del sistema leopoldino resta, ancora oggi, uno dei capitoli più documentati e famigerati della storia del colonialismo mondiale, studiato nelle università e raccontato nei libri di storia di tutto il pianeta.E veniamo ora all’altra grande lezione che da Charleroi hanno pensato bene di impartirci: quella sull’antifascismo.Perché, a sentire certi discorsi pronunciati in questi giorni, sembrerebbe quasi che il Belgio sia stato, durante la Seconda guerra mondiale, una sorta di immacolata roccaforte della Resistenza europea, popolata da eroici partigiani impegnati dalla mattina alla sera a combattere l’occupante nazista.Peccato che la storia, quella vera, sia leggermente più complicata.Quando il Belgio capitolò davanti alle armate tedesche nel maggio del 1940, il governo belga scelse di proseguire la guerra e, dopo varie vicissitudini, riparò a Londra. Re Leopoldo III, invece, rimase in Belgio, sostenendo di voler condividere la sorte del proprio popolo. Una decisione che lo portò inevitabilmente a convivere per quattro anni con l’occupazione tedesca e che divenne ancora più controversa quando, nel novembre del 1940, il sovrano incontrò personalmente Adolf Hitler a Berchtesgaden.Attenzione: non sto dicendo che Leopoldo III fosse un nazista, né che il Belgio fosse una seconda Francia di Vichy. Sta di fatto, però, che i tedeschi non torsero un capello alla famiglia reale per gran parte dell’occupazione e trovarono contemporaneamente in Belgio dei volenterosi collaboratori.Uno su tutti: Léon Degrelle, cattolico, vallone, fondatore e leader del movimento fascista Rex, che durante la guerra radicalizzò ulteriormente le proprie posizioni fino ad abbracciare apertamente il nazionalsocialismo. Degrelle arrivò a sostenere che i valloni fossero in realtà un popolo di origine germanica successivamente francesizzato e vagheggiò la rinascita di una sorta di Grande Borgogna, richiamandosi agli antichi Stati borgognoni e inserendola nel nuovo ordine germanico europeo dominato dal Reich. Non a caso, la Croce di Borgogna divenne uno dei simboli dei volontari valloni che combatterono al fianco dei tedeschi.Degrelle riuscì a trascinare migliaia di belgi nella collaborazione militare con la Germania e fu egli stesso volontario sul fronte orientale, combattendo contro l’Unione Sovietica nelle formazioni che sarebbero confluite nelle Waffen-SS.Insomma, il rexismo non fu soltanto un fenomeno marginale generato dall’occupazione tedesca, ma un movimento politico autoctono dell’estrema destra europea degli anni Trenta, successivamente radicalizzatosi nella collaborazione con il nazismo.Ciò non significa, naturalmente, che in Belgio non vi sia stata una Resistenza. Ci fu. Ma, nella mia lettura, essa ebbe caratteristiche e dimensioni ben ridotte rispetto alle grandi esperienze di guerra partigiana sviluppatesi in altre parti d’Europa.E la complessità della vicenda belga emerge ancora più chiaramente osservando ciò che accadde alla stessa monarchia.Nel 1944, mentre le armate tedesche stavano ormai arretrando davanti all’avanzata alleata, Leopoldo III e la sua famiglia furono deportati dai tedeschi, prima in Germania e successivamente in Austria, dove il sovrano venne liberato dagli americani nel maggio del 1945.Eppure, finita la guerra, Leopoldo non poté semplicemente tornare in patria e riprendere a regnare. Non fu una rivolta partigiana a impedirglielo: a pesare enormemente fu il conflitto politico e costituzionale apertosi tra il sovrano e quella classe dirigente belga che, a partire dal governo Pierlot, aveva scelto nel 1940 di continuare la guerra contro la Germania e aveva poi governato dall’esilio.Leopoldo rimase dunque lontano dal Belgio e, dall’autunno del 1945, si stabilì con la famiglia in Svizzera, mentre il fratello Carlo continuava a esercitare la reggenza. Sul comportamento tenuto dal sovrano durante l’occupazione si era ormai aperta una crisi politica gigantesca: la celebre Questione reale.E qui l’ironia della Storia diventa irresistibile, soprattutto se confrontiamo la sorte di Leopoldo III con quella del suo futuro consuocero, Vittorio Emanuele III di Savoia.Al re d’Italia sarebbe stata rimproverata per decenni la cosiddetta «fuga» da Roma dell’8-9 settembre 1943, quando il sovrano lasciò la capitale insieme al governo Badoglio e ai vertici dello Stato, trasferendosi a Brindisi, in quella parte del territorio nazionale sottratta al controllo tedesco. Leopoldo III, invece, aveva fatto praticamente la scelta opposta: il governo era partito per continuare la guerra, mentre lui era rimasto nel Paese occupato.Uno partì insieme al Governo e sbagliò. L’altro rimase separandosi dal Governo e sbagliò.Forse questo dovrebbe già suggerire quanto poco la storia possa essere ridotta alle comode categorie morali costruite successivamente.In Belgio si arrivò addirittura alla consultazione popolare del 1950 sulla possibilità che Leopoldo tornasse a esercitare le proprie prerogative costituzionali. Il re la vinse con circa il 58 per cento dei voti, tornò in patria, ma le proteste furono talmente violente e il Paese talmente spaccato che, per evitare che la propria persona trascinasse con sé la monarchia, Leopoldo finì per trasferire i propri poteri al figlio Baldovino e poi abdicare definitivamente nel 1951.Questi sono i fatti storici. Ed è proprio alla luce di essi che una classe dirigente dovrebbe essere molto prudente quando, ottant’anni dopo, pretende di distribuire agli altri popoli patenti di antifascismo e certificati di buona condotta democratica.La storia europea del Novecento, benché nella comunicazione politica vada oggi molto di moda il gergo calcistico, non è una partita nella quale alcune nazioni indossavano la maglia dei buoni e altre quella dei cattivi. In quasi tutti i Paesi occupati ci furono resistenti, collaborazionisti, opportunisti e, soprattutto, milioni di persone che cercarono semplicemente di sopravvivere; talvolta, purtroppo, anche a costo di vendere la pelle altrui.Ma veniamo finalmente a Marcinelle, perché è di questo che l’8 agosto si sarebbe dovuto parlare.Il fascismo, infatti, con la tragedia del Bois du Cazier c’entra ben poco, per una ragione banalissima che persino un calendario dovrebbe essere sufficiente a spiegare: il fascismo era caduto nel 1943, la guerra era terminata nel 1945, l’accordo che mandò in massa i lavoratori italiani nelle miniere belghe fu sottoscritto nel 1946 e la tragedia di Marcinelle avvenne nel 1956.Quella era l’Italia repubblicana.E presidente del Consiglio era proprio quell’Alcide De Gasperi che difficilmente qualcuno potrebbe accusare di simpatie fasciste.Il 23 giugno 1946 Italia e Belgio sottoscrissero infatti il famoso protocollo passato alla storia con una formula brutale, ma tremendamente efficace: «uomini contro carbone».L’Italia aveva disperatamente bisogno di carbone per ricostruire un Paese devastato dalla guerra; il Belgio aveva disperatamente bisogno di braccia da mandare sottoterra nelle proprie miniere. E noi avevamo ciò che allora, purtroppo, esportavamo meglio di qualsiasi altra cosa: poveri cristi in cerca di lavoro.Migliaia di italiani partirono così verso il Belgio, attratti dalla promessa di un salario e di una vita migliore, e finirono invece, troppo spesso, a vivere in condizioni durissime, sistemati inizialmente persino in vecchie baracche precedentemente utilizzate per i prigionieri di guerra e destinati a un lavoro massacrante e pericolosissimo, centinaia di metri sotto terra.Altro che fascismo.Quella fu vera e propria emigrazione economica italiana organizzata e rappresentò, a mio giudizio, anche una delle grandi macchie della politica di De Gasperi. Perché possiamo edulcorare le parole quanto vogliamo, possiamo chiamarli lavoratori emigranti, accordi bilaterali, protocolli economici e cooperazione fra Stati; ma la sostanza materiale dell’accordo rimane brutalmente semplice: il Belgio aveva bisogno di uomini da mandare sottoterra e l’Italia li forniva in cambio di carbone.E allora tutto questo, a me, ricorda terribilmente un commercio triangolare in versione novecentesca. Non perché quegli italiani fossero formalmente schiavi, naturalmente, ma perché ancora una volta degli esseri umani diventavano, nella logica economica degli Stati, merce di scambio: l’Italia forniva braccia, il Belgio forniva carbone e a pagare il prezzo più alto erano uomini poveri costretti dalla fame a lasciare la propria terra.Chiamatelo pure lavoro, chiamatelo emigrazione, chiamatelo accordo internazionale. Io, guardando alla sostanza e non alla carta bollata, continuo a vederci solo l’ombra dello schiavismo.E infatti, quasi fossimo ancora dentro una pagina della Capanna dello zio Tom, l’8 agosto 1956, al Bois du Cazier di Marcinelle, quell’accordo presentò il conto.Morirono 262 uomini di dodici nazionalità diverse. Centotrentasei erano italiani e, tra questi, numerosi erano abruzzesi; gli altri provenivano dalla Puglia, dalla Sicilia, dalla Calabria, dalle Marche, dal Veneto e da tante altre regioni d’Italia. Uomini che non erano andati in Belgio per conquistare qualcuno, colonizzare qualcuno o imporre la propria civiltà a qualcuno.Erano andati lì perché a casa avevano fame.Un destino che, nella storia, è toccato soprattutto ai popoli poveri e agli emigranti, non certo a chi poteva costruire la propria prosperità disponendo di vasti imperi coloniali.Ecco perché trovo francamente surreale che, settant’anni dopo, proprio durante la commemorazione di quei morti, qualcuno abbia sentito l’irrefrenabile necessità di trasformare Marcinelle nell’ennesimo pulpito dal quale impartire all’Italia lezioni sull’accoglienza e sull’antifascismo.Perché, se proprio vogliamo parlare di migrazioni a Marcinelle, allora parliamone fino in fondo.Parliamo degli italiani che il nostro Stato mandò nelle miniere belghe in cambio del carbone necessario alla ricostruzione.Parliamo delle condizioni nelle quali furono accolti.Parliamo del disprezzo e delle discriminazioni che molti nostri emigranti subirono.Parliamo di quegli uomini che scendevano sottoterra mentre l’Europa occidentale ricostruiva il proprio benessere.E soprattutto parliamo dei 136 italiani che da quella miniera, l’8 agosto 1956, non tornarono mai più.Perché Marcinelle appartiene innanzitutto a loro.Non alla destra.Non alla sinistra.Non al MSI.Non all’antifascismo militante del 2026.Ai morti.E forse, almeno davanti ai morti, prima di voltare le spalle agli altri bisognerebbe avere il buon gusto di guardarsi alle proprie.
Lorenzo Valloreja
