SE AVANZO, SEGUITEMI; SE INDIETREGGIO… RIBALTATEMI I MEZZI E DATEMI UN FRACCO DI BOTTE!

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«Se avanzo, seguitemi; se indietreggio, uccidetemi…» è uno dei tanti motti attribuiti a Mussolini, che poi, drammaticamente, si rivelò profetico per lui, visto che finì, nell’aprile del 1945, morto e appeso a testa in giù in piazzale Loreto.

Ma la fine del Duce non ha nulla di poetico o di profetico, come magari immaginava Hitler ascoltando la tetralogia dell’Anello del Nibelungo, culminante nel Crepuscolo degli dei. È molto più prosaica, laica, logica e machiavellica: il morale della popolazione dipende non solo dalle sofferenze, ma anche dal fatto che quei sacrifici abbiano uno scopo e possano condurre alla vittoria. Se questa prospettiva viene meno, la folla, la massa, che in precedenza si arruolava volontariamente, elogiava il proprio leader e andava allo scontro, si rivolta contro quel sistema e impone la cessazione delle operazioni, anche con la forza e la violenza.

È successo così nella Russia zarista del 1917, con un’economia al collasso e una serie di sconfitte devastanti. Ma è accaduto, in misura diversa, anche in un Paese come l’Italia che, alla fine, la guerra l’ha vinta ma che, finché non ha avuto una prospettiva certa della vittoria, ha conosciuto la cosiddetta Settimana Rossa del 1914, con scioperi e rivolte tra le Marche e l’Emilia-Romagna; le rivolte per il pane tra il 1916 e il 1918; i moti di Torino del 1917; gli ammutinamenti della Brigata Catanzaro nello stesso anno; e gli episodi di disobbedienza successivi alla disfatta della battaglia di Caporetto.

Ed è qui la differenza fondamentale.

Tra una sommossa e una rivoluzione, spesso, c’è un solo elemento: la percezione della vittoria.

Così capita che, fino al 1942, cioè finché le forze dell’Asse sembravano spadroneggiare nel mondo, nella coriacea Inghilterra guidata da Churchill scioperassero i minatori, gli operai dell’industria bellica e persino i lavoratori dei trasporti. Un aspetto, questo, che la storiografia attuale tende, non dico a rimuovere, ma senz’altro a occultare perché, paradosso del politicamente corretto, come diceva Goebbels, un messaggio deve essere quanto più possibile semplice, ripetitivo e facilmente comprensibile. Ergo, è meglio che il bianco sia bianco e che il nero sia nero o, se preferite, i buoni da una parte e i cattivi dall’altra. Ergo, per la narrazione dei vincitori è meglio evitare le zone grigie, tralasciare le commistioni e gli intrecci.

Ed allora la successiva sconfitta di Lord Winston Churchill alle elezioni del 1945 viene vista con sorpresa dagli storici e dalla pubblicistica contemporanea perché nessuno mette in risalto il fatto che il popolo britannico, al di là della ferrea volontà dei propri leader, in realtà tutta questa voglia di fare la guerra a oltranza proprio non ce l’avesse, specie se, tra il 1944 e il 1945, nonostante il nazismo stesse andando gambe all’aria, Londra continuava a essere colpita dalle V1 e dalle V2, causando morti e distruzioni come se non ci fosse un domani. Chi avrebbe consolato le vittime di simili raid spiegando loro che la vittoria era vicina? E poi, soprattutto, finita la guerra, la Gran Bretagna, sommersa dai debiti, con circa 450 mila morti e un impero coloniale che da lì a poco si sarebbe dissolto, ha veramente vinto?

Sulla carta sì, ed è forse per questo che non è scoppiata la rivoluzione. Ma il dissenso e lo scontento c’erano perché gli inglesi, al di là della propaganda, come gli italiani e i russi, erano e sono fatti della stessa materia: carne, sangue e sentimenti.

Dunque, ciò che è successo a Leopoli pochi giorni fa, con l’assalto di duecento cittadini ucraini ai mezzi dell’esercito ucraino, intenti a prelevare con la forza un giovane renitente, causando la fuga dello stesso, il danneggiamento dei mezzi e il ferimento di alcuni agenti intervenuti, ricade pienamente all’interno delle dinamiche da me fin qui descritte: l’Ucraina e il suo popolo non sono marziani, ma esseri umani come tutti gli altri e, quando io e altri promuovevamo la soluzione diplomatica fin dalle prime settimane di guerra, era proprio perché intravedevamo il finale che si sta prospettando. E chi non vuole vedere questo non è amico né del popolo ucraino né dell’Ucraina.

Ora i fatti di Leopoli sono diventati famosi perché hanno avuto grande eco sui social, essendosi verificati in una grande città che conta oltre 700 mila abitanti, ma casi simili si verificano nei centri più piccoli e sperduti dell’Ucraina, ormai da anni, e voler continuare a insabbiare o sminuire questo fenomeno non è solo disumano, ma anche criminale. Perché, se è vero che anche la Russia è in difficoltà, è altresì vero che, dopo più di quattro anni di guerra, Mosca non ha mai registrato assalti o opposizioni ai propri reclutatori perché, in primo luogo, la Federazione Russa è numericamente molto più grande e, in secondo luogo, finora ha impiegato volontari di ogni tipo, da quelli attratti da migliori condizioni di vita agli ex detenuti graziati. Ergo, la maggioranza dei civili russi non vive allo stesso modo le conseguenze dell’Operazione Speciale: certo, ci sono dei disagi, ma il consenso è ancora alto e, al di là dei bombardamenti ucraini contro raffinerie e altri obiettivi, l’esercito russo avanza lentamente ma inesorabilmente.

Fa dunque impressione chi, ucraino, qui dall’Italia, continua a fare propaganda per Kiev e a istigare alla lotta, guardandosi però bene dal ritornare in patria, come vorrebbe Zelensky, per ingrossare le file di un esercito che ultimamente sta arruolando anche le donne incinte.

Una pace raggiunta, anche con la cessione di territori nel febbraio del 2022, sarebbe stata senz’altro meno gravosa di una pace conclusa oggi che, se continuerà così, non potrà che risolversi nella più totale e completa capitolazione dell’Ucraina. Ed allora sì che i morti saranno morti inutilmente.

Lorenzo Valloreja

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