Davide contro Golia

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 Nell’ultrasecolare questione meridionale una cosa positiva c’è: abbiamo imparato dai fallimenti una cosa molto importante e cioè che tutte le politiche poste in essere a favore del Mezzogiorno sono state sbagliate e quindi per il futuro vanno evitate. Quelle politiche essenzialmente rivendicative di maggiore spesa pubblica da erogare nel Mezzogiorno, o quelle altre assistenziali a favore della diffusa povertà, o, ancora quelle che hanno resi possibili i famigerati immensi investimenti “esteri o pubblici” in Cattedrali varie che si sono rivelate micidiali per la salute e per l’ambiente…ormai è chiaro che tutto quello che è stato sperimentato va evitato; non sono quelle le giuste ricette; serve una rivoluzione nel pensiero meridionalista e in quello della economia dello sviluppo. 
L’uscita dal tunnel può realizzarsi solo con la liberazione delle imprese minori dai lacci e dalla burocrazia unitarista. Fenomeno che i meridionali stanno intraprendendo in autonomia con grandissimi sacrifici ma anche con grande successo nonostante le Istituzioni locali remino contro. Cioè le piccole imprese che stanno nascendo e crescendo nel turismo, nell’agroalimentare e settori collegati spontaneamente stanno creando il futuro della loro Terra.
 È questa che stiamo vivendo la prevedibile vittoria del localismo identitario contro il globalismo egualitario ed escludente; è la prevalenza della collaborazione tra imprese piccole e familiari sulla competizione tra capitali e capitalisti; è la vittoria della cultura contro il consumismo anche sfrenato; è un bagno di realismo che si materializza nella pacifica rivolta delle nostre imprese che hanno capito di essere più brave delle altre e che possono fermare il colonialismo dominante.
 Questo si sta consumando nel Mezzogiorno d’Italia come anche in molte altre parti del mondo; chi rema contro? gli economisti che ne stanno fuori e subiscono gli eventi quando non cercano di calcolare i dettagli di questa disfatta del sistema nordista detto mondialismo che si nutre di ambiente e di persone ridotte a numeri. E presentano, errando, le istanze identitarie come superate dai tempi e dalla tecnologia. Anche le Istituzioni stanno pronte a mettere nuove tasse e nuovi limiti per appropriarsi dei vantaggi creati dalla economia locale (come sa accadendo per il turismo); le banche sono pronte a percepire i risparmi creati e portarli altrove; i fornitori di commodities -energia in testa ma anche acqua,…- pensano di vedere i loro introiti crescere a tutto vantaggio dei loro azionisti,….i forti all’unisono contro i piccoli ma il fenomeno è avviato.  
 Pensare che grande sia bello è l’errore di fondo. Infatti in nulla un investimento o una impresa grande è quello che serve allo sviluppo di un’area.
 Nella grande impresa: a) la dote di capitale necessaria per la creazione di ogni posto di lavoro è enormemente maggiore che non nella impresa più piccola; b) la dote di specializzazione lavorativa imposta dalle tecnologie in perenne rinnovo esclude milioni di lavoratori dalla occupazione; c) i salari sono molto modesti se rapportati alla specializzazione necessaria e al tempo in cui quella specializzazione sarà utile; d) il saccheggio dell’ambiente e in generale delle materie prime necessarie ha dell’impressionante; e) la produzione di rifiuti nel processo produttivo e a valle del consumo non è assorbibile e ha un costo incredibile; f) il paesaggio risulta modificato in modo quasi permanente; g) le eventuali crisi anche solo quelle prevedibili hanno costi sociali enormi; h) si sottraggono quote importanti di lavoratori che potrebbero a loro volta generare imprese con spiccata vocazione alla crescita e alla assunzione di collaboratori; i) la qualità del prodotto massificato è minore di quello artigianale e costituisce un rifiuto difficilmente riciclabile; l) la distribuzione ha costi energetici impressionanti; … e potremmo continuare in questo elenco di svantaggi propri di un sistema d’impresa “grande” che in sintesi è semplicemente  disumanizzante.
 CANIO TRIONE

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