Sostenibilità del pesce: tra etichette e cucina, il punto dello chef Donato Carra

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La sostenibilità del pesce è al centro del nuovo dibattito europeo dopo la pubblicazione del manifesto promosso da Seafood Europe, che punta a rendere più trasparente l’intera filiera ittica e a migliorare la comprensione di ciò che arriva sulle nostre tavole, ma il tema resta complesso perché molte informazioni esistono già ma sono difficili da leggere e collegare tra loro; il documento sottolinea la necessità di una comunicazione basata su dati scientifici verificabili e non solo su dichiarazioni commerciali, anche se resta aperto il dibattito sull’affidabilità di sistemi di auto-rappresentazione della sostenibilità da parte delle aziende; tra le buone pratiche viene citata la Sustainable Seafood Coalition, che definisce codici condivisi su approvvigionamento ed etichettatura basati su criteri scientifici e certificazioni di terza parte, mentre per le imprese diventa centrale pubblicare criteri chiari di selezione dei fornitori, rendere disponibili report periodici e adottare standard riconosciuti come la CSRD e la Global Reporting Initiative Global Reporting Initiative; per legge l’etichetta del pesce fresco deve riportare specie, metodo di produzione, zona FAO, attrezzo di cattura ed eventuale decongelamento, ma queste informazioni non bastano a capire davvero la sostenibilità perché le zone FAO sono molto ampie e non indicano lo stato reale degli stock, mentre le valutazioni scientifiche più affidabili arrivano da enti come ICES, FAO e GFCM ma restano dati tecnici difficili da tradurre per il consumatore; anche il metodo di pesca è rilevante perché ami, nasse e palangari sono generalmente più selettivi rispetto alla pesca a strascico, mentre nell’acquacoltura le informazioni sono ancora più limitate e in etichetta si legge spesso solo “allevato” e il Paese di origine senza dettagli su densità degli impianti, uso di antibiotici o mangimi, e nel pesce trasformato la trasparenza è ulteriormente ridotta perché spesso non sono obbligatori zona FAO e metodo di pesca; in questo contesto diventano importanti le certificazioni indipendenti come Marine Stewardship Council, Aquaculture Stewardship Council e Friend of the Sea che valutano stock, impatto ambientale e tracciabilità della filiera, pur senza rappresentare una garanzia assoluta; sul tema interviene lo chef Donato Carra che sottolinea come il problema principale sia la chiarezza delle informazioni affermando: «Il consumatore oggi ha bisogno di semplicità, non di codici complessi che non spiegano davvero cosa c’è dietro il prodotto», aggiungendo che «la sostenibilità non è uno slogan ma una scelta che parte dalla provenienza reale e dalla stagionalità del pesce» e che «in cucina la vera differenza la fa la qualità della materia prima e la conoscenza della filiera», e in conclusione capire la sostenibilità del pesce resta complesso perché le etichette aiutano ma non bastano, le certificazioni sono uno strumento utile ma non definitivo e la vera consapevolezza nasce dall’incrocio tra informazioni scientifiche, controlli di filiera e cultura gastronomica.

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