Il Servizio Sanitario d’Italia (SSN) è costato circa € 186 mld nel 2024, di cui circa € 138 mld a carico dello Stato e circa € 48 mld (circa il 25%) a carico del privato (out-of-pocket).
Lo Stato ha speso € 143 mld nel 2025 e spenderà € 150 mld nel 2026. In rapporto al PIL, l’Italia si attesta a circa il 6,4% contro il 9,3% della media dei 38 Paesi industrializzati della OCSE (l’Organizzazione internazionale per la cooperazione e lo sviluppo economico) dove però la Sanità funziona.
Usando la media OCSE come parametro di riferimento, quella differenza del 2,9% (9,3 – 6,4) appare esagerata. Non vogliamo chiederci dove venga spesa questa percentuale. Non possiamo fare a meno, tuttavia, di ricordare che la CGIA di Mestre ha calcolato che la burocrazia costa all’Italia oltre € 80 mld all’anno, pari a circa il 4-5% del PIL annuo. Un peso di circa 35.000 pagine di nuove norme all’anno, rallentando la competitività del Paese e bloccando i progetti e la crescita delle imprese.
Né si può non osservare che tutti chiedono soldi; nessuno pensa a innovazione di organizzazione: le cosiddette riforme.
A livello nazionale, la spesa sanitaria totale è a carico dello Stato per circa il 74%, per oltre il 23% a carico delle famiglie, il circa 3% a carico di fondi integrativi. Però sappiamo che, in Italia, non abbiamo un solo SSN: addirittura ne abbiamo una collezione di 20, uno per Regione.
A livello territoriale, nei bilanci delle Regioni a Statuto Ordinario (RSO), la spesa sanitaria è predominante: è pari a circa il 70-75% del totale della spesa regionale. In alcune Regioni meno virtuose si raggiungere addirittura l’80%.
Il resto va a trasporti pubblici, formazione, ambiente etc.
Sembra, quindi, che le Regioni siano quasi “tutto Sanità”.
Ma allora, ci si deve domandare, perché il SSN sia stato affidato alla politica regionale con duplicazioni di strutture organizzative di amministrazione e governo, nonché di ruoli apicali e dirigenziali intermedi? Non avrebbe potuto essere pensato il SSN come, ad esempio, le Ferrovie dello Stato o le Poste o l’INPS o la Scuola, con un unico Bilancio? Non deve, forse, il SSN, assicurare la erogazione operativa, uguale per ogni cittadino, di un servizio derivante da un diritto, inalienabile e costituzionale, alla salute e alla sanità?
Sotto il controllo dello Stato (titolare di strategie, tattiche, operazionalità, ordinamento, selezione e gestione del Personale, …) si sarebbero potuto garantire la uguaglianza dei trattamenti sanitari e dei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza); la omogeneità dei costi delle forniture perché gestiti da una sola centrale di acquisto; la uniformità delle qualità professionali; la unicità delle Banche Dati e dei software; la coerente raccolta delle informazioni statistiche su cui pianificare adeguatamente sia la densità di presenza sia le tipicità territoriali, …; non ultimo, si potrebbero evitare eventuali appetiti della politica ed eventuali iniziative orientate al consenso.
Si potrebbero, inoltre, individuare responsabilità, eventuali carenze e meriti. Invece, addirittura, ci sono 20 strutture che generano, fra l’altro, gravi equivoci di competenza nel delicato raccordo fra centro e periferia (Titolo V), come è accaduto nel caso della pandemia Covid.
Chi paga questo molosso? Ovviamente, per la Regione, il cittadino “regionale” (addizionale IRPEF) e le imprese “regionali” (IRAP). La parte maggiore del fabbisogno regionale, però, viene dal FSN (Fondo Sanitario Nazionale, alimentato dagli introiti statali e dalla fiscalità generale (alimentata a sua volta dal cittadino e dalla impresa, questa volta “nazionali”). Gli importi destinati a ciascuna Regione sono definiti in sede di Conferenza Stato/Regioni. E, allora, ecco i trasferimenti di risorse dal centro in periferia: un caos; non vi sembra?
Sembra che in Italia si scelgano le vie più complicate; così, tanto per ingrossare le fila della Burocrazia e l’arcipelago dei suoi iter procedurali.
Che accade in Puglia? Qui, la spesa sanitaria rappresenta oltre il 78% dell’intero bilancio regionale. Il costo della Sanità pugliese, nel 2025, è circa € 9 mld ed è sostenuto dal trasferimento statale di circa € 8,7 mld. La gestione sanitaria, però, accusa un disavanzo strutturale di € 369 mln.
Ovviamente, per il governo, il debito è causato dall’aumento dei costi di gestione, dall’inflazione e da un Fondo Sanitario Nazionale inadeguato: alibi molto di comodo. Quindi, colpa dello Stato. Se fosse così, tutte le Regioni dovrebbero accusare deficit elevatissimi. Invece, da un lato, dopo la Puglia, troviamo Regioni più virtuose pur operando nello stesso quadro macro economico: l’Abruzzo con un deficit di € 98 mln e la Emilia-Romagna con un deficit di € 54 mln; dall’altro, non si spiegherebbe il “caso Veneto”, con una addizionali IRPEF 2026 del 1,23%, senza scaglioni. Infatti, quella Regione ha una organizzazione competitiva orientata all’obiettivo: capacità gestionale, tempi di risposta, equilibrio finanziario, management preparato. Infatti, se il primario fa carriera manageriale, si perde un medico valente e si acquista un pessimo manager.
Non basta aumentare la tassazione; è necessario migliorare la performance; è questione di competenze, obiettivi e onestà; è questione di “manico”.
Ora che si fa? Sono necessari interventi straordinari per scongiurare, in primis, il commissariamento e, poi, per ripianare il buco.
Si profila un altro salasso per i cittadini pugliesi. Intanto, la spesa privata (out-of-pocket) è aumentata incredibilmente per far fronte alle inefficienze del servizio sanitario. Nel 2025, l’out of pocket si colloca, a € 2,12 mld per visite, esami, farmaci e interventi: spesa che dovrebbe essere aggiunta al deficit. La spesa pro capite, senza quella privata, è addirittura di € 543 mentre il 20% della popolazione rinunciare a curarsi per motivi economici.
Nonostante questi dati, il governo regionale ha pensato bene di incrementare la addizionale IRPEF per redditi superiori ai € 15.000 annui come se i redditi, per esempio, a € 30.000, navighino in acque agiate. Per i redditi superiori a € 50.000 si pensa al 3,3%; al di sotto, è tutto ancora da studiare.
Che dice la Storia? Sappiamo che, nei primi anni del 2000, la sanità pugliese accumulò un enorme deficit strutturale. Si rese necessario un lungo Piano di Rientro e la gestione commissariale governativa per raggiungere il pareggio di bilancio.
Dal 2010 al 2023, si avviò la chiusura dei piccoli presidi e forti tagli lineari. Ma nel biennio 2024 – 2025 è ricominciata la stessa canzone di prima:
nel 2024 il deficit di € 131 mln è stato coperto con € 83 mln da bilancio regionale e con € 48 mln con extra gettito Irpef. Purtroppo, nel 2025, ci si ritrova a un deficit di € 369 mln. Ma allora, è vizio che ritorna non appena i controlli si allentano. Pierluigi Lopalco, citato da La Gazzetta del Mezzogiorno come epidemiologo diventato politico, già assessore alla Sanità nella giunta Emiliano, nella sua recente intervista al giornale, descrive il deficit come effetto di un “sistema nazionale che non regge”. Siamo d’accordo sulla frase in sé. Ma se Lopalco intende accusare il nazionale cattivo per salvare il regionale buono, ebbene, qui non ci siamo sia nella sostanza che nella forma.
Quello che non funziona è tutto il SSN e non è solo questione di fondi.
Abbiamo citato in questo articolo alcune forti perplessità: nel percorso dalle strategie politiche ministeriali alla erogazione operativa del servizio, non si capisce che ruolo possano avere le strategie politiche regionali. Il Ministero, che dispone di quattro Enti nazionali operanti nella Sanità, fra i quali Agenas (Agenzia Nazionale per i servizi sanitari Regionali), è in grado di assolvere ogni questione operativa di erogazione del servizio. L’unico effetto della attuale organizzazione è che il flusso principale si indebolisca in tanti rivoli costosi e dissipativi.
Intanto, in Puglia, è partita la querelle partitica come se i partiti cadessero tutti dal pero. Più reale è la reazione della società civile che si vede sempre più defraudata e impoverita, avendo anche la certezza che la nuova addizionale Irpef non sarà mirata a ripianare il dissesto ma sarà permanente. Nessuna riforma sarà avviata; né organizzativa né manageriale né etica.
Forse, sarebbe auspicabile il commissariamento, da subito; e, subito dopo, esautorare le Regioni e la politica regionale dalla gestione della Sanità.
ANTONIO VOX
