Un’alternativa pluri-millenaria: uso della forza o diritto internazionale?

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Per vomitare frasi di odio e di rancore contro Donald Trump non è necessario essere, oltre che livorosi di natura, anche ignoranti, ma certamente non conoscere la storia, le ricerche, gli studi sugli argomenti da lui posti sul tappeto  aiuta; anche molto. 

Un esempio? E’ quello  indicato sinteticamente nel titolo. Vediamo i dettagli.

Le ricerche giuridiche e gli  studi sociologici dei tempi in cui le une e gli altri erano compiuti con la dovuta serietà dicono che, in generale, per soddisfare nei millenni dell’esistenza umana  il bisogno di pace della maggior parte delle persone (che, nell’ emergere in modo prepotente di contesti di conflitto, di crisi umanitarie o di accentuata violenza contro comunità efamiglie, desidera il ripristino di condizioni favorevoli a  una vita sicura, possibilmente prospera e  sperabilmente armoniosa) le soluzioni al problema storicamente valide sono  sempre state due: l’uso della forza o il diritto internazionale.

La prima soluzione, a vergogna degli analfabeti denigratori di Trump, fu  la grande civiltà romana che all’epoca di Augusto individuò nell’uso della forza tale strumento. 

L’avvento successivo  di una (in)cultura profondamente orientata non più sul razionalismo empiristico e sperimentale greco-romano, ma verso la frantumata religiosità dei rissosi e violenti popoli mediorientale e l’astratta e immaginifica metafisica platonica cambiò, in qualche modo, le carte in tavola e fece divenire una vexata quaestio la scelta alternativa tra un uso (ampiamente sperimentato con esito positivo) della forza  e un ricorso al diritto ( detto internazionale)  con regole (spesso arzigogolate e confuse) dirette a impedire i conflitti tra i Paesi, sempre accompagnate da propositi di conclamati, altisonanti “amori per prossimo”.

Per iniziativa di Donald Trump, molto più sensibile degli Europei alla grandezza degli antenati veri (e non importati) dell’Occidente, una tale questione vecchia di secoli è tornata in auge.

Purtroppo, però,  nell’assenza totale di un rigoroso e distaccato intento scientifico. 

Si è, con puerile entusiasmo, magnificata la tesi del rispetto del diritto internazionale che in realtà era stato ridotto a brandelli da ottant’anni di prevaricazioni americane, prevalentemente dovute ai Democratici, alla CIA, a generali del Pentagono con l’uso del Napalm in Vietnam e la violazione costante di norme (fino a una regola della stessa NATO di non intervenire in un Paese, come l’Ucraina dei battaglioni neonazisti Azov,  non facente parte dell’Alleanza, ancora detta con assenza totale del senso del ridicolo “difensiva”).

Il Presidente americano, non amato dal Deep State Statunitense (divenuto partner fisso dei soli Democratici, dimostratisi  i guerrafondai più imperterriti negli anni seguiti alle bombe di Hiroshima e Nagasaki sganciate, la seconda del tutto inutilmente, per ordine del Democratico Presidente Harry S.Truman) è stato svillaneggiato da una pletora di mediocri (che solitamente non amano, come persino un re, Tarquinio, i papaveri più alti della siepe) e il serio problema dell’uso della forza   è rimasto  sul tappeto senza che  i cosiddetti esperti e diplomatici se ne siano mai occupati, nella probabile ignoranza della sua origine antica, risalente al tempo di Augusto. 

Esso, sulla cui soluzione (quella dell’imperatore romano aggiornata ai nostri tempi)  sembrano essere d’accordo anche   Putin e Xi Jinping, ha sconvolto la pigra scienza giuridica  Occidentale e una diplomazia divenuta pantofolaia. E ciò, per il modo nuovo e antico, al tempo stesso di concepire in modo diverso il rapporto tra l’uso della forza e il diritto internazionale. E’ accaduto, perciò, che Diplomatici e Accademici del diritto internazionale, adusi al motto del quieta non movere, si sono barricati dietro il bla bla bla che costituisce la trincea dello stato attuale delle cose . Si è ripetuto fino alla noia che il ricorso alla forza armata tra Stati è vietato salvo il caso di legittima difesa individuale o collettiva in risposta a un attacco armato già in corso o imminente, ripetendo pedissequamente ciò che prevede l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite.   Per essi a digiuno di storia e di buon senso, l’uso della forza che,  allo stato,  non è conforme a queste disposizioni costituisce una violazione del diritto internazionale. Punto e basta!

Poco interessa, infatti,  a uomini da diversi paludamenti ornati  che, storicamente, non è stato sempre così  e che la Pax Augustea ha rappresentato il periodo più lungo della storia Occidentale senza guerre né che essa è stata determinata non dal diritto ma dall’uso della forza.

Anche sul piano più strettamente teorico, l’alternativa ha pieno diritto di sussistere: la pace può essere garantita, oltre che dal diritto internazionale (se osservato, ovviamente, e ciò è sempre più raro),  dal timore di una forza prevalente tra gli Stati (oggi costituita dalla deterrenza nucleare).

Ergo: si tratta di due approcci radicalmente diversi alla gestione dei conflitti tra Stati ma ugualmente possibili e ragionevoli, perché non può essere negato, sic et simpliciter, che ciascuno abbia punti di forza e limiti (storici e teorici).

Consideriamo gli uni e gli altri.

1. Il diritto internazionale, come garanzia di pace, ha un’efficacia che dipende esclusivamente dalla volontà politica degli Stati  e dalla loro capacità di rispettare le norme, anche in assenza di un’autorità sovranazionale che ne garantisca l’applicazione. Storicamente, il diritto internazionale non è riuscito a prevenire conflitti come la Guerra Fredda, le guerre nei Balcani, o i conflitti in Medio Oriente. 

2. La deterrenza nucleare, come garanzia di pace, si basa sulla minaccia di una risposta distruttiva a un attacco, rendendo qualsiasi conflitto troppo costoso per essere vantaggioso. Questo approccio è stato utilizzato per  la Guerra Fredda (1947–1991), durante la quale, nessuno dei due blocchi (USA e URSS) ha usato armi nucleari contro l’altro, nonostante le numerose crisi (Cuba, Berlino, Corea). La paura di una distruzione reciproca assicurata ha creato un equilibrio del terrore, disincentivando lo scoppio di una guerra diretta tra le superpotenze .Il limite è che la deterrenza non  impedisce guerre per procura o conflitti locali e  non funziona con attori non statali (es. gruppi terroristici autonomi) o Stati “sprovvisti” allo stato di armi nucleari, che scelgono gli attacchi terroristici come strategie asimmetriche nell’attesa di dotarsi dell’atomica (Iran).

Conclusione: Il problema posto da Trump, al di là della “criminalizzazione” di ogni sua idea o proposta alimentata, oltre che dal già ricordato odio dei mediocri,  da una sorta di “Spectre” occulta costituita dal Partito Democratico di Obama e di Clinton, dai costruttori di armi e dai loro finanziatori, dal Deep State di CIA, FBI e PENTAGONO (con gang, mafie eservi sciocchi in tutto l’Occidente), è reale e valido e per esso non esiste una risposta univoca: il diritto internazionale offre un quadro normativo per la pace, ma la deterrenza nucleare ha storicamente evitato conflitti su larga scala anche tra potenze nucleari.

Gli esperti del settore, quindi, (se veramente ve ne sono ancora  liberi da pregiudizi)  più che blaterare le solite giaculatorie anti trumpiane farebbero bene a preoccuparsi veramente della pace, nel mondo intero, affrontando il problema senza i “paraocchi” di cui le cinque paranoie Occidentali li hanno, da secoli,  dotati.

LUIGI MAZZELLA

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