A seconda degli orientamenti di un Paese sempre più affollato di ultras (“schierati sempre in assetto di guerra” di qualunque cosa si parli) con ascendenti variamente colorati (dal bianco-fiore al nero corvino o al rosso fuoco) il merito o il demerito di avere cominciato, per primo, a parlare di “separazione” delle carriere di giudici e pubblici ministeri è tutto “mio”.
Ne ho scritto, per primo, nel 1982 su “Mondoperaio”, rivista del Partito Socialista italiano, fondata da Pietro Nenni ed il consenso che ne ho avuto proveniva tutto e solo dai partiti della Sinistra dell’epoca.
Il fatto era pienamente comprensibile: il processo penale inquisitorio era stato voluto da Benito Mussolini che aveva privilegiato, superando i limiti della decenza, il pubblico ministero, facendone un protagonista pari se non superiore al giudice.
Naturalmente ai democristiani del Bianco-fiore, eredi “sul piano ideale” degli Inquisitori di qualche secolo addietro, il mio discorso piaceva poco: inquisire era nella loro natura come di tutti i monoteisti, assolutisti e autoritari, divenuti, giocoforza, più moderati e sotto tono per i cambiamenti avvenuti anche nelle terre del Papa-Re, ma pur sempre, nel profondo, fideisti intolleranti.
Convinto che si trattasse di un abbaglio o di un tranello in cui erano caduti i nostri padri Costituenti, nel 1991, in un libro pubblicato da Marsilio (casa editrice dei fratelli (socialisti) De Michelis), intitolato “Cinquanta proposte di buon governo” insistevo nella mia tesi, proponendo in buona sostanza di cancellare ogni differenza di status tra gli avvocati dello stato che difendevano la P.A. negli affari civili e amministrativi e quelli che la rappresentavano nei giudizi penali.
Il mio ragionamento era il seguente: capisco che il giudice, anche in un ordinamento democratico, debba essere un autocrate e non rispondere di niente e a nessuno, nell’esercizio dei suoi compiti giurisdizionali (iuris dictio da dicere ius) ma perché, mi chiedevo, sottrarre alla regola di ogni democrazia di concludere con un eventuale giudizio del Parlamento, espressione della sovranità popolare, l’operato del Potere esecutivo se scorretto, il pubblico ministero che ha il compito amministrativo di portare in nome e per conto dello Stato (da cui dipende ed è stipendiato) unicamente un’istanza di punizione di persone sospettate di reità?
La mia tesi era stata condivisa pienamente e con forte carica di entusiasmo da un senatore socialista che aveva svolto attività forense in campo penale ed era molto stimato per la sua competenza giuridica, Agostino Viviani, avo materno dell’attuale segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein. Con lui avevo lavorato a lungo per una riforma della Magistratura che risultasse rispettosa dell’introduzione del principio accusatorio in luogo di quello fascista di natura inquisitoria.
Come è noto, Tangentopoli e Mani Pulite impedirono ogni proseguimento del nostro intento riformatore. Oggi le parole dei “moralizzatori” di quel tempo hanno il sapore di una beffa subita dal popolo italiano!
Anni fa “la palla”, come suole dirsi, “è stata” molto stranamente “raccolta” dai neo-fascisti, grazie alla stima universalmente goduta da Carlo Nordio, ex magistrato di grande competenza giuridica e professionale.
Cosa ancora più strana è che ad avversare e a invitare a votare per il No, sono quelli che erano stati i maggiori fautori della riforma negli anni Novanta capeggiati dalla scalmanata e rissosa nipotina di uno dei suoi maggiori e più competenti sostenitori.
Conclusione e Perorazione finale (come dicono alla Corte dei Conti):
Pur nella dilagante follia di un Paese a dir poco schizofrenico, nomi illustri e competenti dell’ex Sinistra non solo socialista ma anche comunista si sono schierati per il SI. L’occasione di fare qualcosa di utile è stata compresa più di quanto si potesse immaginare. Attendo suggerimenti di azione dai responsabili dei Comitati ad hoc! !
LUIGI MAZZELLA
