La competitività della Unione Europea

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Oggi, ci coglie la curiosità di fare una fotografia sulla funzionalità della EU.

Però, per cominciare, bisogna chiedersi cosa sia questa Unione Europea, al di là di ogni eventuale narrazione populista. Siamo ignoranti (ma non stupidi); pertanto lo chiediamo a quel barlume di Intelligenza Artificiale che ci mette a disposizione Google: AI Overview. Ecco il responso:

“La EU è un’unione economica e politica a carattere sovranazionale che unisce 27 Stati membri europei … Non è uno Stato unico o una federazione, ma un’organizzazione unica al mondo in cui i paesi membri restano nazioni sovrane ma mettono in comune le proprie decisioni e leggi”.

Cominciamo bene: non si sa cosa sia veramente la Unione Europea; ma si sa, almeno, cosa non è! Ma allora? Tutte le favolette che ci sono state raccontate in tutti questi anni? Stentiamo a credere che la realtà sia questa. Ma chi siamo noi per contestare la Intelligenza Artificiale, benché non proprio sofisticata?

Allora, vediamo cosa ha prodotto la Unione Europea. Speriamo in qualcosa di utile! L’Unione Europea ha prodotto decine di migliaia di atti normativi. Questi sono stati suddivisi convenzionalmente, tanto per mettere un po’ di ordine, in Trattati istitutivi dell’UE; Regolamenti: Norme generali applicate direttamente in tutti gli Stati membri; Direttive: Obiettivi che ogni singolo Stato deve recepire con leggi proprie; Decisioni: Provvedimenti con destinatari specifici; Atti delegati e di esecuzione: Regole tecniche e di dettaglio. Secondo la banca dati ufficiale EUR-Lex, il portale ufficiale della Unione, ogni anno vengono adottate centinaia di nuove misure. Si stima che quelle attualmente attive e in vigore, siano quasi 50.000. Sono così ripartiti: Regolamenti europei: oltre 12.000-15.000; Decisioni: Più di 15.000; Direttive europee: Circa 2.000; Atti delegati e di esecuzione: oltre 20.000.

Il numero è approssimato e variabile: in media, si approvano, ogni anno, circa 1.200 nuovi regolamenti, 80 direttive e 700 decisioni. 

Una bolgia burocratica, seconda solo a quella dell’Italia che vince con le sue oltre 160.000 leggi. La burocrazia amministrativa costa al sistema produttivo italiano, secondo l’istituto di ricerche della CGIA di Mestre, circa € 80 mld all’anno. Importo che sale a € 184 mld se si tiene conto della “incertezza e  mosceria” della giustizia. Per la cronaca, la CGIA di Mestre non è sola: il Centro Studi della Università Bocconi stima il costo annuo della sola burocrazia amministrativa in € 110 mld. Significa che l’Italia comincia da – € 200 mld, ogni anno.  Chissà dove è finito quello sparuto gruppo di pochi intellettuali che professavano lo “Stato leggero”.

Forse anche loro vivono di burocrazia.  

Ma torniamo alla Unione Europea: se questo è lo scenario del continente che emerge da una semplicissima domanda, allora, ne consegue l’altra: “cosa succederà mai al sistema produttivo della Unione?”. E’ un dubbio legittimo perché tutti sanno che l’impresa fiorisce e cresce quando lacci e laccioli non le tolgono l’ossigeno. Allora, per entrare nel dettaglio, andiamo a consultare Eurostat che è l’ufficio statistico dell’Unione Europea.

Ebbene, nel secondo trimestre del 2026, i fallimenti nella UE sono aumentati del 5,7%, il massimo dal 2019, rispetto all’analogo periodo del 2025; nello specifico dell’area/euro, i fallimenti sono aumentati, addirittura, del 6,9%. In numero dei fallimenti è in aumento. Ma non basta! In corrispondenza il numero di nuove imprese diminuisce dello 0,5%. Più fallimenti, meno nascite: il sistema produttivo della Unione arranca, fatica a crescere e fatica a nascere. Fare impresa in EU è veramente una impresa.  

Ecco il vero problema politico, economico, sociale  di una Europa che sembra distratta ed è sempre meno rilevante a livello internazionale: il sistema comunitario ha moltiplicato regole, obblighi e vincoli per le aziende!

Entrando più nel dettaglio dei comparti merceologici si può chiarire la specificità dell’andamento. Sul fronte dei fallimenti (dove il + indica più fallimenti e il – meno fallimenti, rispetto all’analogo trimestre del 2025), i dati sono: istruzione e attivita? sociali (+21,1%), trasporti (+11,4%), servizi finanziari (+6,8%), alberghi/ristoranti (-2,6%), costruzioni (-1,7%), commercio (-1,2%). Si salvano ristoranti, costruzioni, commercio, per modo di dire, perché quel – significa che i fallimenti sono diminuiti,  però, ci sono.  

Sul fronte delle nascite (dove il + indica più nascite e il – meno nascite rispetto all’analogo trimestre del 2025), i dati sono: industria (+3,6%), alberghi/ristoranti (-3,4%), istruzione e attività sociali (-3,2%), informazione/comunicazione (+8,8%), costruzioni (+1%). Sembra che abbiano maggiore slancio industria, informazione/comunicazione, costruzioni.

Questa difformità dipende da quanto incide, sullo specifico comparto, la pressione del quadro normativo della EU. Quello “più libero” appare essere informazione/comunicazione. Su questi dati si possono fare varie considerazione come ad esempio l’emergere dell’esangue tentativo di riportare a casa la manifattura dell’industriale.

Tuttavia, il dato generale è fallimenti +5,7% (ovvero + 6,8% per l’area euro) e nuove imprese -0,5%. Il quadro generale è comunque disastroso. 

Non si può certo sostenere, dai dati Eurostat, che sia la tecnocrazia europea, orientata a indirizzare l’economia verso nuove impostazioni ambientali, energetiche e sociali, sia la causa di questo disastro. Ma senza dubbio le iniziative normative si traducono in adempimenti, investimenti obbligatori, certificazioni, costi, drenaggio di risorse. E, certamente, il caso italiano, appena citato, non aiuta ad assolvere  la burocrazia come un fattore determinante.

Ma chi viene penalizzato da questo ecosistema non favorevole? Non certo la grande multinazionale per la quale una nuova procedura amministrativa rappresenta un costo aggiuntivo che si riverbera, in automatico, sul prezzo.  Per una piccola e media impresa, invece, lo stesso obbligo significa impegno di tempo sottratto all’attivita? produttiva, consulenze da pagare, investimenti da anticipare e nuove responsabilita? burocratiche senza che i maggiori oneri possano essere ribaltati sul prezzo. Purtroppo, il tessuto produttivo europeo e? composto in larga misura proprio da piccole e medie imprese.

Quindi, la questione burocrazia tracima sul tema competitivita?.

Viene da sorridere al pensiero che se l’EU potesse vendere la sua sovrapproduzione di norme e adempimenti, saremmo tutti ricchi.  

Possiamo dire che il tasso di burocrazia indica il gradiente di degenerazione di un sistema civile? E’, quindi, pacifico come sia necessario intervenire per cambiare i paradigmi di riferimento delle iniziative di governo del sistema.

Il tema è se la politica e la tecnocrazia europea ne siano consapevoli.

 

ANTONIO VOX

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