L’Alfa Romeo

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A Rutigliano, vicino Bari, patria della famosissima uva da tavola, in questi giorni i commercianti stanno inviando ai loro clienti in tutto il mondo la prima uva dell’anno che viene confezionata nelle proprie cassette “italiane”; quell’uva viene coltivata ed acquistata dal Sudafrica come più tardi nell’anno sarà acquistata dai contadini di Rutigliano. È probabile che l’acquirente finale creda o sia portato a credere che quell’uva sia prodotta a Rutigliano.

 

La Stellantis (la Fiat non esiste più) produce delle Alfa Romeo in Polonia e quindi ha deciso di togliere la parola “Milano” da una sua automobile per sostituirla con la parola “junior” per via della critica di un ministro italiano che ha trovato inopportuno evocare una città italiana per un’auto che viene prodotta in Polonia probabilmente perché chiamandola “Milano” l’acquirente potrebbe pensare di acquistare un’auto italiana. Una obiezione, quella del ministro, forse un po’ affrettata ma è la punta di un iceberg infinito. Anche la parola “junior” evoca il passato nettamente italiano dell’Alfa Romeo. Anzi la forza commerciale di quelle produzioni sta essenzialmente ed esclusivamente e potentissimamente nella italianità indiscussa del concept della macchina e della sua storia. Quindi il punto di forza è l’Italia e la Stellantis -che non è più italiana- lucra della italianità non sua senza lasciare qui né tasse, né occupazione.

 

L’Alfa Romeo è il marchio che ricorda una impresa che è stata leader mondiale nella formula uno quando le auto erano umane e non ammasso di tecnologia ed è stata l’ispiratrice della attuale Ferrari; Ferrari che fu fondata da un dipendente della Alfa Romeo da cui ha preso il famoso colore rosso della scuderia. Alfa è il nome originale mentre Romeo è il nome del napoletano che finanziò il rilancio della fabbrica fino alla leadership nelle corse di tutto il mondo.

 

Cioè è un marchio che rappresenta una parte della identità nazionale partenopea e milanese, quindi italiana. E veniva prodotta in un modo che oggi potrebbe definirsi artigianale in Italia.

 

La Stellantis cambiando nome a quell’auto ha insistito nel vendere italianità come non potrebbe non fare visto che si chiama “Alfa Romeo”. Peraltro mica esiste un’altra Alfa Romeo italiana. Chi ha ragione? E come si risolve questa cosa?

 

Nei casi così complessi il torto sta in entrambi. La Stellantis è la somma di molte fabbriche tra cui quelle italiane con vari marchi gloriosi; marchi che hanno beneficiato della prodigalità della politica nostrana moltissime volte falsando la concorrenza e gabbando il contribuente. Negli anni si è costruita una “legalità” speciale per le grandi imprese cui è permesso quello che non è permesso alle altre. È divenuto legittimo saccheggiare il bilancio pubblico pur essendo quest’ultimo in eterna difficoltà; è per loro divenuto legale saccheggiare l’ambiente e il paesaggio. È divenuto legittimo disinformare il cliente con pubblicità quanto meno ossessiva o profittare della sua fiducia quando compera i pezzi di ricambio. È divenuto legittimo eludere il fisco in mille modi…questa nuova “legalità” si è diffusa in tutto il mondo originando l’attuale situazione in cui le grandi imprese sono di fatto totalmente assistite e non esisterebbero senza questo cumulo di favori di cui profittano. Non ultimo è divenuto legittimo vendere anche la identità del territorio e della civiltà altrui pur essendone una esplicita negazione. Infatti, per esempio, la Rolls Royce pur non essendo più inglese sopravvive e si vende come fosse rimasta quella che era. La cosa è così generale che anche nell’agroalimentare cioè nelle imprese più piccole il furto di identità è la regola. Quindi Stellantis ha torto marcio.

 

Anche il governo italiano ha le sue pecche: non ha garantito alle imprese italiane una burocrazia amica e un fisco semplice e leggero danneggiandole e inducendole ad espatriare…anzi ha chiesto ed ottenuto aiuto alle grandi imprese per maggiormente tartassare le imprese minori che non protestavano e non se la squagliano all’estero. E perché la Stellantis sta in Polonia? Forse perché gli operai sono più economici e ubbidienti? Forse perché il fisco non entra troppo nei fatti non suoi? Forse perché lì non c’è l’euro e la tecnostruttura europea? Forse per tutte queste ragioni assieme… certo è che nessuno si è minimamente sognato di tornare in Italia.

 

Tutto questo disgoverno ha prodotto l’attuale situazione in cui le Istituzioni sono ostaggio delle grandi imprese in tutto il mondo e sembra che l’economia sia la loro laddove sono solo delle palle al piede.

 

Lo capisce la sinistra? No, semplicemente non esiste un pensiero di sinistra se non per teorizzare l’essere lo scendiletto delle grandi imprese. Lo capisce il governo di destra che vorrebbe tutelare la italianità? Non credo, perché tutte le Università e tutti “pensatori” sono sul libro paga delle grandi imprese e la gente continua a credere a costoro. Così la politica deve scendere a compromessi per mantenere le poltrone e si producono sempre più debiti. I vari “draghi” si arrampicano sugli specchi per non credere alla evidenza solare della distorsione grave del diritto, dell’ambiente e della economia costituita dalle grandi imprese e dalla loro penetrazione nelle Istituzioni. Senza voler parlare del modo in cui vengono trattati i dipendenti financo minandone la salute e la sopravvivenza.

 

I potenti credono che questo fenomeno sia ineluttabile e quindi se ne fregano completamente delle varie identità culturali; ma la gente specie più umile non si arrende affatto anzi se ne frega delle opinioni di chi comanda e continua imperterrita a coltivare il proprio fazzoletto di terra. È l’eterna lotta tra chi comanda e chi è comandato: il primo cerca di invadere il campo del secondo mentre il secondo se ne ritrae tanto che, alle volte, si organizza con gli altri comandati financo con le mafie locali nella illusione di difendere -anche se malamente- la propria identità dalla invasione della mondialità. Questa è una storia che inizia con la rivoluzione francese e con la connessa dittatura dell’illuminismo liberale che si presentava come una nuova fede e che oggi si appalesa come uno dei massimi fallimenti politico filosofici di tutti i tempi.

 

Che si fa? Si torna ai misteri? O si cerca di capire qualcosa da questi due secoli sanguinosissimi che abbiamo vissuto? Il futuro è in un nuovo libaralesimo profondamente diverso da quello perverso dei secoli appena conclusi…servono gli uomini in grado di pensarlo e comunicarlo … che però avremo dopo essere scesi ancora molto negli inferi del disastro culturale in cui ci dibattiamo.

 

CANIO TRIONE

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