I BULLI SIAMO NOI?

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L’idea di bullismo più diffusa è quella che sia un comportamento tipico dell’età scolastica: che siano elementari o medie o superiori è in quei luoghi che si consuma l’odioso “rito” del soverchiamento del più debole (o educato o rispettoso o timoroso) da parte di un altro più forte, spesso fisicamente, o di un gruppo. Atteggiamento ormai diffuso, indifferentemente dal sesso, dacchè ormai, fenomeni di violenza si riscontrano fra ragazze e persino fra ragazze e ragazzi.

Non è, però, di questo che si vuole parlare, tantomeno del bullismo che si pratica sui social e sulle chat: chi non ha letto qualche post violento nel linguaggio e nel pensiero (o presunto tale) sui social o mamme che si sono coalizzate per bullizzare altre mamme sulle chat di classe? L’atteggiamento violento dell’attuale società si esprime con pseudo-concetti trasposti in brevi frasi, spesso sgrammaticate, che si possono leggere sui social: contro personaggi pubblici o semplici utenti di facebook piuttosto che di instagram, scaricando livore ed insoddisfazione per la propria magra vita, assumendo di essere censori delle vite altrui.

Una società avviata verso un declino inevitabile, soprattutto nel nostro Paese, le cui solide basi culturali poggiate sulla storia, sull’arte e sulla bellezza stanno cedendo sotto i colpi martellanti di idee della società quantomeno bislacche: è stata sostituita l’eguaglianza con l’egualitarismo, la sostanza con la forma, l’essere con l’avere. Certo non è una novità: “Avere o Essere” è una opera di Fromm molto nota degli anni ’70, ma possiamo arrivare indietro sino al 1600 di Shakespeare con il famoso monologo dell’Amleto sull’essere o non essere, sulla paura dell’Uomo di cessare volontariamente la propria vita per la paura di non sapere cosa ci sia al di là e, quindi, si accettano le sofferenze ed i dolori dell’al di qua.

Tuttavia dal 1600 ne è passata di acqua sotto i ponti! Una società che trasforma in personaggi famosi quelli di certe storie di deliquenza (penso a Gomorra o Mare Fuori) è una società che sovverte i valori di riferimento per i giovani, ormai abituati al torpiluquio dei rapper nostrani; oppure dove persino gli allenatori delle squadre giovanili si azzuffano fra di loro dando un pessimo esempio ai ragazzini. Qui non si tratta del normale avvicendamento di generazioni diverse, ma di una lucida shoa della cultura: i ragazzi conoscono sempre meno termini e – quindi – concetti, le persone leggono sempre meno libri, le trasmissioni televisive sono sempre meno interessanti e più trash; non c’è un cambio di passo fra il vecchio e il nuovo, non ci sono nuovi Beatles o Queen o Rolling Stones, ma giovanotti sguaiati che raccontano di sesso esplicito mimando i gesti, abbigliati in stile punk; non gli Arbore rivoluzionari della radio e televisione, ma scimmiottatori privi di qualsiasi cultura nello spettacolo.

Nello sport pare scomparsa la lealtà sportiva ed il rispetto dell’avversario o del pubblico, diviene lecito mostrare il dito medio. Certamente non voglio essere catalogato come quegli “anziani che guardano il cantiere”, ma questo tempo è un tempo di oscurantismo culturale, nonostante i passi avanti nella tecnologia e l’intelligenza artificiale o – molto probabilmente – proprio a causa di essi: se potessimo rappresentare la danza dei neuroni della maggior parte della gente, mentre creano le sinapsi vedremmo un movimento lento nella gran parte simile fra loro, un “impigrimento” delle funzioni creative, un appiattimento della capacità di relazionarsi con il mondo fuori da noi e con la natura.

Occorre, allora, risvegliarsi e risvegliare: dobbiamo essere guerriglieri del sapere, rivoluzionari della cultura, tupamaros della lettura, galileiani nel porci domande e risposte, dubitare sull’essere.

Dubbiamo essere noi i “bulli”, senza violenza ma con determinazione, quella minoranza che disturba la classe intontita dalle monotone trasmissioni di un finto sapere, quelli che sono i “diversi” e che provano a violare le regole e non le accettano, che non guardano “Sanremo” o  la “Vita è Bella” ma provano a viverla, perchè le persone sono sempre più dipendenti dai social e dalle televisioni, sempre più passive e sempre meno attive, sempre più addomesticate.

Non significa sdoganare il termine bullismo, non vuol dire accettare la sopraffazione, vuol dire uscire dalla massa degli omologati, vuol dire riappriopriarsi di una identità dimenticata. Se essere bulli significa essere contro qualcosa che ci fa male, che non riusciamo a metabolizzare perchè lo sentiamo estraneo a noi come la violenza o l’ignoranza, come la prevaricazione o l’indolenza, ebbene si, il bullo sono io e continuerò a leggere, scrivere e cercherò quelli come me per dire: i Bulli siamo Noi, siamo gli ultimi dei Mohicani, siamo la Resistenza del pensiero libero!

Rocco Suma

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