Fare la spesa

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Andare a fare la spesa è ormai un rebus irresolubile. I super mercati -divenuti vere e proprie città attrezzati di parcheggio gratuito e di viabilità confortevole- offrono i loro alimenti a cifre esorbitanti. Ancor peggio è da dire delle qualità proposte: le mele da loro assomigliano a sculture di plastica mentre l’uva sembra uscita da una stampante 3d. La carne viene da Terre lontane e non si distingue il sapore del vitello da quello del maiale. Tutta merce perfetta alla vista e nelle carte che l’hanno accompagnata fin sul bancone del supermercato, ma ignota nel vero contenuto nutrizionale e insignificante nel gusto.

 

Se invece vai al mercatino rionale appena arrivi devi pagare il grattino per la sosta, poi devi scansare infinite buche, pozzanghere e asperità varie del terreno; però quando arrivi alla bancarella che hai scelto trovi prezzi da saldo di fine attività. L’inflazione -pur evidente- è molto più umana. Riempi gli shopper (le buste) con pochi spiccioli e i kiwi sanno di kiwi mentre i mandarini di mandarini. Se sei fortunato trovi anche qualche frutto guasto o malformato a riprova della naturalità di quanto stai comperando. Spesso si tratta di prodotti coltivati a pochi chilometri di distanza da nostri concittadini coltivatori. Quasi sempre è frutta e verdura di una scelta che la grande distribuzione non commercializza e quindi ha rifiutato: cosa che costituisce una specie di certificato di qualità per l’acquirente in cerca dei prodotti di altri tempi. Questi commercianti, a differenza dei commessi della Grande distribuzione, sanno perfettamente cosa ti stanno offrendo e sono in grado di raccontarti vita, morte e miracoli di ogni ciliegia che stai comperando. La loro è una cultura depositatasi in decenni di attività e di difficoltà, di sacrifici e di impegno; cultura che nel commercio politically correct non sanno neanche dove si trovi e se esista. Il bancarellaro ricorda dopo mesi che sei stato da lui e cosa hai comperato.

 

In questo contesto il consumatore che va alla bancarella può scansare le imposizioni della Grande distribuzione e risparmiare qualcosa comperando un prodotto meno artefatto. Certo, esistono le influenze nefaste della chimica in agricoltura e gli insulti del clima avverso, ma questo tipo di commercio rimane un presidio della nostra economia, della nostra identità sulle nostre tavole e un rifugio contro i rigori dell’inflazione.

 

Anche il produttore-contadino delle nostre specialità -che non ha la dimensione, la organizzazione, la cultura e la voglia di accedere alla distribuzione nazionale e internazionale- trova nei mercati rionali uno sbocco che gli permette di sopravvivere e di consegnare alle future generazioni il ricordo di quello che eravamo; il ricordo palpabile e gustabile di una delle espressioni della nostra identità.

 

Naturalmente questi commercianti non sono “amici” della politica come lo sono quelli della grande distribuzione; anzi, sono dei limoni da spremere, con canoni di locazione -privi di ogni giustificazione- e fiscalità locali e nazionali dei più vari tipi. È possibile che si vedano vigili aggirarsi tra le bancarelle ma mai nei viali della Grande distribuzione. Anzi queste espressioni di indipendenza culturale difficili da imbrigliare nelle logiche della burocrazia e del grande profitto danno fastidio; questi piccoli, brutti e poveri i commercianti ambulanti parlano una lingua e hanno dei valori che i politicanti non intendono o considerano superata dalla tecnocrazia che fabbrica i soldi senza bisogno di alzarsi presto e rischiare alcunchè.

 

Naturalmente noi tutti sappiamo e vediamo da anni come politica e poteri privati si siano scatenati contro i piccoli (e quindi contro il sud) falcidiandone le fila e dobbiamo attenderci che molti dei commercianti dei nostri mercati rionali chiuderanno le loro attività per preferire un ben più comodo posto di vigile urbano o di usciere mettendo fine alla propria cultura e identità seppellendo una seconda volta i propri genitori ed avi. È lo sviluppo -mi si dirà- è la crescita che comporta la fine di certuni e la nascita di certi altri; non è così perché è la politica alleata della grande impresa che ha posto regole impossibili per i piccoli sapendo di farlo e sapendo di volerlo per uccidere quelle attività che sono troppo indipendenti dai loro interessi per poter esistere. Una scelta politica che sarà pagata caramente molto presto.

 

Bari sta andando a votare e ci si appassiona del futuro “politico” del tale candidato e del talaltro, sapendo che sono tutti la stessa cosa. Sanno questi candidati che razza di lotta per la sopravvivenza materiale e culturale si sta combattendo nel commercio barese? Sanno dell’odio sordido e calcolato che la sinistra ha nutrito contro l’intero commercio e la proprietà privata? Immaginano -anche le destre- un futuro per la nostra identità un po’ diverso e migliore del presente? come dobbiamo fare a non annegare nella ignoranza e imbecillità di governo?   

 

Verrebbe da dire con Vittorio Emanuele Orlando sul Piave e come fanno i nostri commercianti da decenni: resistere, resistere, resistere!

 

CANIO TRIONE

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