Storia del suicidio di Umberto Paolillo. La verità e il coraggio di un detenuto

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Quando ogni speranza sembrava ormai persa, una luce in fondo al tunnel ravviva e conforta l’animo di mamma Rosanna che nonostante l’età e l’indifferenza non hai mai smesso di cercare la verità.

Umberto Paolillo, agente di polizia penitenziaria, veniva rinvenuto privo di vita nella sua autovettura durante la notte del 18.02.2021.

 Aveva pensato, Umberto, prima di sparare il colpo dalla sua pistola d’ordinanza, di conservare accuratamente un foglio che spiegasse il perché di tanta disperazione. 

Quel biglietto, ben piegato e riposto nella giacca del giubbotto indossato, raccontava dei soprusi, delle ingiustizie, delle angherie sofferte. 

Tanti colleghi hanno parlato di lui a mamma Rosanna, raccontando delle angherie ricevute, quanto Umberto soffrisse e quanto cattivi fossero taluni a rendergli la vita insostenibile, pesante amara. 

Quelli stessi colleghi, però, sentiti dall’autorità giudiziaria, si sottraevano alla verità. Riportavano di storie, a loro dire solo raccontate da un pazzo rancoroso con manie di persecuzione. I colleghi e gli amici che al contrario avevano assistito alle vicende che riportavano a mamma Rosanna, per insana ed insensata paura cercavano di coprire la verità, di soffocarla.

La testimonianza, la finta testimonianza di chi sosteneva di avergli voluto bene, l’uccideva ancora una volta.

Ma la verità è dura a morire! e alle volte strisciando silente tra le pieghe della vita si ferma e cova nei posti più improbabili.

Questa volta, quasi a farsi beffa della giustizia e del perbenismo di coloro che si fingono amici, prendeva forza e vigore nelle parole di un detenuto testimone oculare dell’odio e del male.

L’avvocato La Scala, che il Paolillo lo conosceva bene, più volte aveva riferito del dolore raccontato dall’amico per tutte le volte che gli dicevano che era gay, che era malato e che prima o poi avrebbe perso il posto di lavoro a cui lui teneva tanto. Ma le parole di Paolillo, racchiuse in alcune lettere consegnate all’avvocato non sembrarono sortire effetto presso gli inquirenti. 

Ecco che a conferma di quelle dichiarazioni, giungevano le parole del detenuto: “Lo prendevano in giro dicendogli che aveva 60 anni e che era ancora vergine e che abitava ancora con sua madre, lo sfottevano continuamente perché viveva ancora con i suoi genitori, lo chiamavano gobbetta e gli davano dei giornaletti porno perché dicevano che era ancora vergine. Un giorno mi sono messo io di mezzo dicendo di smetterla. Umberto spesso si confidava con noi. Lo vedevamo sempre triste, quando abbiamo saputo del suicidio tutti abbiamo pensato che fosse arrivato al limite e che il gesto fosse collegato a ciò che subiva. Quel carcere è uno schifo”.

L’avvocato Portincasa e L’avvocato Lieggi che si opponevano fortemente alla richiesta di archiviazione disposta dal Pubblico Ministero, chiedevano che gli attori della vicenda fossero risentiti, che le lettere consegnate dall’avvocato La Scala, unitamente alle dichiarazioni del detenuto fossero prese in considerazione dalla giustizia illuminata. E così è stato il Gip dottor Francesco Rinaldi accoglieva le richieste degli avvocati e disponeva che entro 90 gg – o nel minor tempo necessario- il PM effettuasse ulteriori accertamenti. 

Speriamo che la verità riesca a mostrarsi abbandonando il suo rifugio fatto di poche lettere e di grandi parole di un detenuto coraggioso questo lo si deve ad Umberto e a mamma Rosanna che non ha mia smesso di lottare.

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