Cosa vogliono i lavoratori dipendenti?

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La sinistra da decenni è in cerca di un nuovo modo di essere sinistra. Non solo loro hanno problemi di identità ma l’assenza di una sinistra vera ha lasciato i lavoratori senza una rappresentanza. Naturalmente parliamo dei lavoratori dipendenti non certo degli autonomi che di rappresentanza non ne hanno mai avuta e a tutt’ora non si scorge all’orizzonte. Così tra generi (sessi) nuovi e diritti inventati anche a favore di stranieri (cioè populismo di terza scelta) è evidente che a sinistra si cerca di darsi un senso.

 

Ma i lavoratori dipendenti dopo avere avuto tutti i diritti immaginabili fino a rischiare il blocco di molti settori produttivi (i controllori aerei, i dipendenti pubblici, quelli del trasporto ferroviario,…) cosa possono volere? L’aver avuto tutti i diritti che hanno, non è abbastanza? No, non è abbastanza perché nonostante le attività di quelli che una volta si chiamavano comunisti ci sono moltissimi disoccupati, altri poco pagati e altri ancora precari; quasi tutti hanno la sensazione di avere non dei diritti ma di avere un pugno di mosche in mano. Cioè l’aver perseguito i diritti ha prodotto molti più guasti che consenso e adesso non si sa come uscirsene.

 

Quindi cosa vogliono oggi i lavoratori dipendenti? Al di là dell’innato anelito a progredire che è di ognuno di noi quali sono i loro interessi veri?

 

L’interesse principale di un lavoratore è andare alle dipendenze di un datore di lavoro ricco e stabile. ricerca che si è sempre fatta ad ogni latitudine. Solo in quel caso la sua busta paga sarà certa e forse anche gonfia. È evidente che in una economia in cui vige un sistema fiscale ingiusto ed indecente ed espropriativo un datore di lavoro ricco è impossibile.

 

Il secondo interesse del lavoratore è quello di avere una alternativa al proprio datore di lavoro. Infatti se questi non paga o fallisce o cambia settore che si fa? Esiste la possibilità di cambiare datore di lavoro e in quanto tempo? E a quali condizioni? In quasi tutta l’Italia se perdi il lavoro sei nelle pesti.

 

Invece se venite in Puglia vi accorgete che se volete lavorare in campagna o in una struttura turistica non avrete neanche un giorno di disoccupazione. Basta una telefonata e trovate il nuovo datore di lavoro. Questo è possibile perché sono settori che grazie alla abnegazione dei datori di lavoro e alla scarsa invadenza dello stato per non dire assenza (ancora per un po’) vi sono molte imprese in concorrenza tra di loro nell’accaparrarsi un lavoratore: questa è l’unica soluzione alla difficoltà di trovare lavoro; molti datori di lavoro in concorrenza tra di loro e possibilmente danarosi.

 

Da queste brevi elementari verità cosa impariamo? Primo: che l’impresa che può dare lavoro è la piccola; secondo: che il malessere lavorativo è dato dalla invadenza dello stato (fisco, burocrazia, alleanza con il sindacato); terzo: che la grande impresa che non ha alternative in quanto non ha concorrenti crea una dipendenza insana semplicemente perché non si troverà mai un’altra impresa simile nella quale cercare un lavoro e quindi sei portato ad accettare qualunque condizione per rimanervi, tanto non sai fare altro.

 

Chi dovrebbe sapere queste cose peraltro elementari? Un partito che volesse i voti dei lavoratori. Ma anche una istituzione preposta al settore del lavoro dipendente come un Ministero. L’ultima delle cose che serve è un salario minimo orario unico nazionale obbligatorio che appunto sarebbe niente di più che l’ennesimo caso di invadenza dello stato nell’economia.

 

È un argomento di attualità e quindi formuliamo l’unica proposta sensata su questo tema.

 

Da decenni abbiamo proposto un salario minimo previsto dalla legge ma non certo nazionale e tanto meno obbligatorio; al contrario il salario minimo va calcolato sulla base del livello dei prezzi rilevato in ogni singola provincia; è cioè necessario che si dichiari un salario minimo provinciale non obbligatorio ma facoltativo. In questo modo in caso di vertenza il giudice sa che il salario minimo vitale (che non è ovviamente quello previsto dal Contratto Collettivo nazionale ma è legato al livello dei prezzi e quindi diverso da Provincia a Provincia se no non sarebbe “vitale”) in quella provincia è in ogni mese quello indicato dal livello dei prezzi. Solo così avremmo nel brevissimo spazio di qualche mese l’azzeramento della disoccupazione e una molto maggiore certezza del salario. Anche la precarietà si ridurrà progressivamente perché la maggiore solidità e numerosità dei datori di lavoro li indurrà a pensarci due volte nell’allontanare un lavoratore che conosce l’azienda e sa dove mettere le mani. Non ha infatti alcun senso prevedere un salario unico per realtà con livelli dei prezzi e quindi costo della vita differenti.

 

Potrà mai un partito di sinistra dire una cosa del genere? Mai! E neanche la destra si avventurerà mai a sperimentare una proposta così poco populista ma ragionata. Che succederà? Nulla: la sinistra di fatto non troverà un suo senso, la destra non la sostituirà e rimarremo nelle pesti per sempre!

 

CANIO TRIONE

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