La festa della liberazione

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Il popolo italiano, certamente intelligente ma sopratutto furbo, preferisce “credere” anziché “pensare” e aderisce a movimenti religiosi e politici che hanno i numeri per divenire di massa (da cui ci si attende protezione). Solo rare eccezioni preferiscono restare isolati (e indifesi) per seguire il raziocinio.

Naturalmente, la popolazione italiana, seguendo più l’emotività irrazionale (che definisce “passione” ritenendo di autogratificarsi) in luogo della ragione, incappa spesso in situazioni incresciose da cui deve, da sola, o con l’aiuto di volenterosi interessati, liberarsi, salvaguardando come primo bene la libertà.

Per tali motivi, l’Italia è certamente un Paese nella cui storia la parola “liberazione”, intesa come restituzione allo stato “libero”, ricorre abbastanza di frequente.

Gli Italiani, in altre parole, hanno bisogno molto spesso di essere “liberati” da qualcosa o da qualcuno.

Negli anni del cosiddetto “Risorgimento”, i nostri antenati dovettero, con il determinante aiuto (certamente non disinteressato) dei Francesi e degli Inglesi, essere liberati dal dominio dell’Austria che opprimeva e sfruttava, con la sua tetragona burocrazia, buona parte del Settentrione dello Stivale.

La seconda liberazione fu opera del Re sabaudo, Vittorio Emanuele III, detto “Sciaboletta”, che trovò il coraggio di liberare il Paese dalla dittatura di Mussolini e dal Fascismo.

La terza liberazione, quella dall’occupazione tedesca estesa a buona parte dello Stivale, avvenne per effetto del notevole peso bellico delle forze cosiddette “alleate”, vincitrici della seconda guerra mondiale, coadiuvate da partigiani italiani in modo significativo ma non risolutivo.

Una liberazione (a detta di molti ma non di tutti “autoctona”) fu quella dalla monarchia dei Savoia, scacciati dal Quirinale con una votazione referendaria popolare.

Naturalmente, per gli Italiani che amano le feste, le ricorrenze sono molteplici: la festa dell’unità d’Italia cade il 17 marzo; la cacciata del Duce il 25 luglio: la sottrazione ai tedeschi dello Stivale per l’ingresso degli Anglo-americani il 26 aprile; la festa della Repubblica il 2 giugno.

Chi ritiene che esse siano un po’ troppe per un evento che resta sostanzialmente lo stesso (riconquista della libertà perduta) e soprattuto “divisive” in un Paese che ama più frazionarsi che unirsi, propone conseguenzialmente la riconduzione delle varie festività di liberazione sotto un’unica data, a scelta.

C’è anche chi chiede di più: la festa della liberazione sia anche l’occasione per riflettere circa la libertà di azione non tanto politica quanto economica che il Paese ancora aspetta.

Siamo stati liberati tante volte e da tante cose ma le nostre ali restano ancora parzialmente legate.

“Liberazione”, infatti, secondo quanto si legge nei Dizionari, non significa soltanto rendere liberi gli individui uti singuli ma anche, rendere libera politicamente ed economicamente una collettività.

In altre parole, la liberazione non comporta soltanto l’eliminazione per l’individuo di uno stato personale di costrizione, ma anche la rimozione di ogni ostacolo o impedimento (che può derivare dal servaggio o dominio sostanziali di un Paese diverso dal proprio) all’estrinsecazione della libertà sia politica sia economica.

Naturalmente, la liberazione di cui si festeggiano tante ricorrenze è solo quella ricordata nel primo caso. La seconda si può darla per scontata: sul piano individuale, gli Italiani sono liberi.

Orbene, una liberazione totale ed effettiva del Paese dopo l’inflizione di una resa incondizionata (seguita alla sconfitta nella seconda guerra mondiale) e di un Trattato di pace, definito “vergognoso” da Vittorio Emanuele Orlando per la presenza di clausole impeditive di ogni vera crescita economica non è cosa facile da ottenere per due ragioni: in primis, perché in ottanta anni, la classe politica italiana è divenuta totalmente asservita dall’estrema destra all’estrema sinistra agli “alleati” che c’imposero il trattato di pace esecrato da Vittorio Emanuele Orlando; in secondo luogo perché la situazione per i Paesi perdenti della seconda guerra mondiale è notevolmente peggiorata.

Vediamo come.

a) La devianza della CIA americana e dell’M16 inglese (che hanno oggi un vero strapotere nei Paesi d’origine fino al punto di rendere inutili gli accordi con le Autorità pubbliche elette) si è ripercossa sui sistemi di intelligence italiani. Tutti i tentativi di uomini politici di dare un’autonomia energetica al “Bel Paese” (v. Mattei, Moro, Craxi e altri di minor peso sotto tale profilo) sono stati stroncati sul nascere con mezzi addirittura violenti, nel vuoto pneumatico di ogni ipotizzabile apparato di sicurezza.

b) La costituzione dell’Unione Europea (divenuta pletorica e governata da due “viceré” selezionati dalle centrali finanziarie di Wall Street e della City) ha sempre impedito agli Stati membri di considerare, per porvi eventualmente rimedi, gli effetti sconvolgenti della introduzione di una moneta europea unica, le conseguenze disastrose dei trattati di Maastrich (anche di livello costituzionale), le restrizioni della libertà individuale e imprenditoriale a seguito delle misure della BCE, limitative della circolazione della ricchezza.

c) La trasformazione della NATO da alleanza difensiva (compensativa della mancanza di una difesa comune Europea) a strumento armato di deterrenza utilizzato soprattutto dagli Stati Uniti d’America per le sue finalità egemoniche e di contrasto con la Russia (che è pur sempre parte dell’Europa, geograficamente, storicamente e culturalmente) rischia di fare di un Paese che aveva proclamato in Costituzione di “ripudiare la guerra “uno strumento offensivo nelle mani di uno Stoltenberg qualunque (nomen omen).

In conclusione, la proposta sarebbe di trovare la maniera (certamente non divisiva) di festeggiare tutte le liberazioni dell’Italia in un’unica data, soprattutto nella speranza di aggiungere presto quella libertà completa non realizzata e attesa da circa ottanta anni.

Per fare ciò due misure che si dicono gradite ai nostri amici d’oltreoceano e d’oltremanica (come quella dell’ obbligo di un sistema progressivo di aliquote fiscali, che impedisce, in caso di bisogno, l’applicazione di un rimedio come la flat-tax ai redditi alti dimostratasi risolutiva per la ripresa economica americana e inglese ai tempi di Reagan e della Thatcher e quella delle norme che prevedono una posizione di primazia, rispetto agli altri poteri dello Stato, di giudici e pubblici accusatori, consentendo quell’uso politico della giustizia, amato da Statunitensi e britannici, oggettivamente incontrollabile e sostanzialmente non punibile che riesce ad allontanare da posizioni di comando in economia e in politica le persone più capaci e competenti) andrebbero espunte dalla nostra normativa, costituzionale e ordinaria.

LUIGI MAZZELLA

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