Schiaparelli life il 19 a Lucera

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È il Teatro Garibaldi di Lucera ad accogliere,
giovedì
19 maggio alle 21,00
, l’ultima tappa pugliese dello spettacolo Schiapparelli
Life
, con Nunzia Antonino e Marco Grossi regia di Carlo
Bruni
, dedicato ad una fra
le più grandi stiliste di tutti i tempi (biglietti
in prevendita su VIVATICKET).  La
stagione, curata da Fabrizio Gifuni per la Municipalità con la
collaborazione del Teatro Pubblico Pugliese, si conclude con il lavoro di Eleonora
Mazzoni
dedicato ad una delle più grandi stiliste del ‘900.

Fra il 1953 e il
’54, Elsa Schiaparelli, a poco più di sessant’anni, decide di concludere il
proprio itinerario artistico e professionale pubblicando un’autobiografia che
già nel titolo ne riassume l’intensità: Shocking
life
. Nata a Roma in una famiglia colta e ricca di talenti, protagonista
fra le due guerre di quella rivoluzione del costume che avrebbe ispirato molte
generazioni future, amica e collaboratrice di artisti come Dalì, Cocteau,
Duchamps, Sartre, dopo aver vestito Katharine Hepburn, Lauren Bacall, Greta
Garbo, Marlene Dietrich, Elsa decide che quel “nuovo” mondo non la riguarda più
e lo lascia, ritirandosi a vita privata. Ed è questo “passaggio” che racconta SCHIAPARELLI
life
, lo spettacolo che dopo la
lunga forzata sospensione sta raccogliendo una serie di sold out in regione. La
formazione pugliese, sostenuta da due storiche strutture piemontesi, Casa degli Alfieri e Teatro di Dioniso, si avvale per questo
lavoro del contributo della scrittrice Eleonora
Mazzoni
, per evocare la figura di un’artista che ha rifondato l’idea stessa
di bellezza, invitando le donne a osare, a essere creative e uniche: ad
allontanandosi dai condizionamenti esterni e ad avere coraggio. Di grande
fascino e impatto emotivo, lo spettacolo è una preziosa occasione per conoscere
la vita, le sorprendenti intuizioni, ma anche le fatiche e i dolori di una
donna che ha saputo difendere sino alla fine la sua libertà.

 

con      Nunzia
Antonino
e Marco Grossi

testo    Eleonora
Mazzoni

adattamento e regia Carlo Bruni

scena Maurizio Agostinetto

luci Giuseppe Pesce e Tea Primiterra

immagini in movimento Bea Mazzone

assistenza tecnica Walter Todisco e

service audio/luci Lucidiscena

 

una produzione Casa degli Alfieri – Teatro di Dioniso con la collaborazione di sistemaGaribaldi e Linea d’Onda

note di regia Carlo Bruni

Per un paio
d’anni, sul primo isolato di via Garruba a Bari, hanno tenuto il loro
fantastico bazar Atelier 1900,
Luciano Lapadula e Vito Antonio Lerario. Esperti di storia della moda e
stilisti, sono stati loro a farci conoscere Elsa ed è con loro che abbiamo
incominciato il percorso verso il quarto ritratto femminile del nostro più
repertorio (prossimo al debutto il quinto dedicato a Lucrezia Borgia). Per
questa produzione, oltre alla collaborazione di un fotografo e scenografo,
Maurizio Agostinetto, ci è sembrata felice la disponibilità di Eleonora
Mazzoni, scrittrice, che, condividendo l’impresa, ci ha assistiti nella
redazione del testo. L’attore Marco Grossi e la cartoonist Beatrice Mazzone
hanno infine completato il gruppo dedito alla creazione.

Elsa
Schiaparelli (1890-1973) è stata una grande stilista italiana e una delle più
influenti figure nella moda del Novecento. Più vicina all’arte che
all’artigianato, è diventata famosa alla fine degli anni 20 del secolo scorso,
quando ancora nella società dominava lo sfarzo decorativo di superficie e quel
“consumo ostentativo” della ricchezza di cui gli uomini del ceto alto
investivano le mogli.

Elsa partecipò
da protagonista a quella rivoluzione del costume, degli stili di vita, del
relazionarsi tra i sessi che ancora oggi influenza le nostre esistenze e l’idea
stessa di bellezza, creando un nuovo modello femminile e contribuendo
all’emancipazione delle donne. E se la coeva nonché rivale Chanel le liberò
fisicamente dai corsetti e dalle guaine che le ingabbiavano da secoli,
promuovendo con il suo stile sobrio e comodo la naturale mobilità del loro
corpo, Elsa le liberò mentalmente.

La sua idea di
bellezza non è mai ovvia, è audace e sfrontata, fuori norma, visto che la
norma, come tutte le categorizzazioni, è arbitraria ed è semplicemente la media
che la società trova accettabile.
La
Schiaparelli chiese alle donne di osare, di essere creative e uniche. Le invitò
a conoscere se stesse, allontanandosi dai condizionamenti esterni. Ad avere
coraggio. E in effetti ci voleva coraggio per indossare un cappello che era una
scarpa girata al contrario! Però chi lo dice che se un oggetto ha la forma di
una scarpa, bisogna metterselo per forza ai piedi? Il significato delle cose
non è forse dato dalle convenzioni a cui siamo abituati? Elsa sfidò queste
convenzioni e invece che ai piedi, la scarpa se la mise, appunto, in testa.
Collaborò con artisti come Dalì, Cocteau, Aragon, Ray, Clair, Duchamps, Sartre,
vestì stelle del cinema: da Katharine Hepburn a Lauren Bacall, da Marlene
Dietrich a Mae West. Più surrealista dei surrealisti, fece emergere il mondo
nascosto dei sogni e dell’inconscio, lanciando miriadi di novità. Così nacquero
gli impermeabili per la sera e i lucchetti per gli abiti. Insieme a Dalì ideò
il cappotto a forma di scrivania, con i cassetti, ispirato a uno dei suoi
famosi quadri.
Il vestito
lungo con dipinta un’aragosta, circondata da ciuffi di prezzemolo. Il vestito
lacrime, di seta chiaro, con strappi rosa e rossi come se fosse carne viva.
Il tailleur nero con tasche rifinite da
bocche rosse, che sembravano organi genitali femminili.
Il cappello nero col tacco di velluto
rosa shocking che svettava come una piccola colonna. Come un fallo.
Utilizzò materiali nuovi come il tweed,
il tessuto escorce d’arbre, le fibre artificiali. Il cellophane. La paglia.
Persino il vetro.
E
poi le zip. Zip che si vedevano. Di colori diversi dagli abiti.
Posizionate in luoghi inconsueti. Quelle
zip che in Italia il fascismo vietava, chiamandole “chiusure
adulterio”, ecco, lei le metteva anche negli abiti da sera.
La moda era per lei un atto politico.

Il nostro
lavoro, che intitoliamo SCHIAPARELLI LIFE, intercetta Elsa nell’ultimo periodo
della sua vita, quando, chiusa la maison, recuperata, per così dire, una
dimensione famigliare, redigerà la propria autobiografia.
Traendo spunto da un suo reale rapporto
con due “governanti”, la nostra azione mette in relazione Elsa con un
“maggiordomo” impegnato nell’assisterla e di volta in volta: nemico, complice,
infermiere, servo, figlio… figlia.

In compagnia
forse soltanto di un fantasma o di una proiezione della solitudine, Elsa
ripercorre la sua vita, quando, da poco finita la prima guerra mondiale e
ancora lontana la seconda, aveva l’impressione che tutto fosse possibile, e che
potesse bastare il talento e l’impegno per vivere liberi e felici.
Rievoca i suoi successi professionali,
le sue intuizioni, la sua arte, la sua idea di bellezza, ma anche le fatiche
dell’inizio, il prezzo pagato per l’ambita libertà e le scelte dolorose. Lei
che, abbandonata dal marito mentre era incinta, ha fatto crescere la sua unica
figlia (Gogo), poliomielitica, in collegi rinomati ma lontani, accettando
lunghe separazioni per poter continuare a lavorare. Sottraendoci a un indirizzo
meramente narrativo, puntiamo all’evocazione del carattere e della storia della
Schiaparelli attraverso l’esercizio di una relazione inventata: intima ma non
intimista; concreta ma non naturalista.
Consapevoli della difficoltà che comporta l’uso
dell’immagine, il lavoro comprende una componente visuale, non didascalica,
concepita come espansione del sorprendente immaginario di quest’artista.

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