16 marzo il sequestro di Aldo Moro. La Santa Sede era disposta a pagare il riscatto

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Lo si è detto più volte e più volte le fonti accreditate della Santa Sede (ma anche personaggi laici)  avevano dichiarato che era vera la tesi secondo la quale il Vaticano era pronto a pagare un pazzesco riscatto: 10 miliardi del vecchio conio.

Ricorre il 16 marzo del 1978 il nefasto giorno in cui, verso le 09,00, l’Onorevole Moro, in Via Fani, venne rapito e la sua scorta tutta ammazzata (Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera, Francesco Zizzi, Raffaele Iozzino) ad opera di quella banda di fanatici che si faceva chiamare “Brigate Rosse”.

Moro non fu attinto dai colpi di arma da fuoco, ne furono esplosi ben 93 almeno di quelli rinvenuti sulla scena del crimine, e questo ci fa supporre che le Brigate Rosse agirono con professionalità, “troppa professionalità”. Il sequestro terminerà 55 giorni dopo, il 9 maggio, con l’uccisione dello statista, rinvenuto esanime nella Renault Rossa in via Caetani.

Abbiamo perso il conto di quante indagini e quante inchieste parlamentari in questi 44 anni si sono alternate sulla vicenda Moro. E ogni volta c’è né una. Difatti in questi giorni, a Piazzale Clodio, si vocifera che ci saranno presto delle novità dai pm della Procura di Roma. In particolare la vicenda è seguita dal P.M. Eugenio Albamonte, che questa volta indaga avvalendosi della corposa documentazione consegnata dall’ultima inchiesta parlamentare sul sequestro e omicidio del presidente della Democrazia Cristiana.

Tra i tanti aspetti da chiarire quello su cui si sta maggiormente lumeggiando è il mistero “Vaticano” su 10 miliardi di riscatto che erano pronti da consegnare per salvare lo statista.

Nel maggio 1978, pochi giorni prima del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro, il Vaticano era pronto a pagare fino a dieci miliardi di lire per la liberazione del presidente della Dc, ostaggio delle Brigate Rosse. Le banconote – mazzette di dollari, con fascette di una banca ebraica – erano su una consolle nella residenza pontificia di Castel Gandolfo e furono mostrata da papa Paolo VI a monsignor Cesare Curioni, responsabile dei cappellani carcerari, il quale aveva attivato contatti per la liberazione di Moro. Era presente anche mons. Fabio Fabbri, segretario di don Curioni. Ma da dove provenivano tutti quei soldi? E che fine fecero? Nessuno lo sa.

In quella sede era stato confermato il ruolo centrale di monsignor Cesare Curioni, responsabile dei cappellani carcerari, che attivò molteplici contatti, sia con brigatisti in carcere sia con un ignoto intermediario.

Don Curioni è morto nel 1996 senza che quel mistero fosse svelato, mons. Fabbri ha detto alla Commissione Moro di non saperlo, e fonti vaticane, recentemente interpellate, hanno ribadito di ignorare chi procurò quel denaro e dove finì. Non era tuttavia, denaro dello Ior, ha precisato Mons. Fabbri, alimentando ancor più il mistero, ormai quasi irrisolvibile.

Altri  quesiti sono al vaglio della magistratura. Ad esempio, perché secondo mons. Fabbri le mazzette del riscatto recavano la fascetta di una “banca ebraica”? E perchè lo stesso Fabbri si affretto a chiarire che non erano soldi dello IOR? E perchè poi tutto il riscatto era composto da mazzette di dollari americani?

Queste sono alcune delle conclusioni della relazione della Commissione Parlamentare, ora vediamo se il sussurrio di Piazzale Clodio si tramuterà in clamorose novità.

Franco Marella

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